La bioraffineria di Gela rappresenta uno dei più significativi esempi italiani ed europei nell’ambito della produzione sostenibile di biocarburanti e prodotti chimici derivati da materie prime rinnovabili. Originariamente nata come polo petrolchimico nel 1963 per iniziativa dell’ingegner Enrico Mattei, la struttura ha subito una profonda trasformazione industriale culminata nella riconversione a bioraffineria attivata nel 2019. Questa transizione ha permesso all’impianto di superare la tradizionale dipendenza dalle fonti fossili verso un modello produttivo basato su materiali biologici e residui industriali. A partire dal 15 gennaio 2024 la bioraffineria di Gela è confluita in Enilive, società del gruppo Eni.
Il processo produttivo si fonda principalmente sull’uso di oli vegetali idrotrattati (HVO), con un apporto che raggiunge l’85% da materie prime secondarie quali oli esausti da cucina, grassi animali e sottoprodotti agroalimentari. Questo approccio integra efficacemente il concetto di economia circolare riducendo sprechi e valorizzando materiali altrimenti destinati allo smaltimento.
L’impianto ha una capacità autorizzata fino a 750.000 tonnellate annue di materia prima da processare. Alla base del processo vi è la tecnologia proprietaria EcofiningTM. Nel corso del 2024, sono state lavorate circa 453 mila tonnellate di materie prime secondo le certificazioni in uso (Direttive Europee RED II e correlate), costituite per il 97% da residui industriali e da scarti della filiera alimentare, e per il restante 3% di biomasse oleose. Il biocarburante prodotto è principalmente HVO che garantisce un risparmio emissivo intorno all’80% rispetto ai combustibili fossili convenzionali secondo la Direttiva RED II.
A partire dal 2024, grazie a modifiche impiantistiche significative riguardanti l’unità di isomerizzazione, il parco serbatoi e le strutture logistiche, la bioraffineria ha ampliato la gamma produttiva includendo non solo biodiesel HVO, bionafta e biogpl, ma anche un carburante sostenibile per l’aviazione (SAF). Quest’ultimo è prodotto con una capacità annua di 400 mila tonnellate, posizionando Gela come primo impianto italiano in questo ambito e tra i leader europei.
La raffineria originaria aveva una capacità iniziale pari a 3 milioni di tonnellate annue, incrementata successivamente fino a 5 milioni tramite ampliamenti impiantistici. Tuttavia, le crisi petrolifere degli anni settanta hanno causato graduali riduzioni operative con fermate progressive: negli ultimi dieci anni prima della riconversione l’attività si svolgeva su due delle tre linee produttive alla capacità ridotta tra il 60%-70%, fino alla chiusura definitiva degli impianti tradizionali tra il 2012 e il 2014.
La scelta strategica compiuta da Eni ha consentito non solo la salvaguardia occupazionale – con oltre mille addetti complessivi nel polo industriale al 2019, inclusi 426 dipendenti nella sola bioraffineria – ma anche l’avvio sperimentale dell’impianto BTU (Biomass Treatment Unit) messo in funzione nel marzo 2021, capace di utilizzare materie prime di scarto fino al 100%, massimizzando così la sostenibilità ambientale dell’intero ciclo.
Il polo industriale gelese integra diverse tecnologie complementari. Oltre alla bioraffinazione vera e propria, sono presenti impianti pilota come Waste to Fuel che converte rifiuti organici territoriali in acqua e bio-olio, con possibilità di estrarre anche una parte di bio-metano. Questi sistemi rappresentano un banco sperimentale fondamentale per progettare soluzioni scalabili verso aree metropolitane ad alta densità.
Sul fronte energetico si segnala la presenza di impianti fotovoltaici installati sia su discariche bonificate (circa 5 MW) sia su aree dedicate (circa 1 MW), oltre a un impianto solare a concentrazione CSP sviluppato in collaborazione con istituti scientifici internazionali come MIT e Politecnico di Milano.
Le bioraffinerie differiscono dalle raffinerie convenzionali principalmente nella natura della materia prima: la biomassa è ricca non solo in carbonio ma anche in gruppi funzionali contenenti ossigeno come alcoli, aldeidi o acidi carbossilici. Questa peculiarità offre vantaggi specifici nella produzione chimica ma comporta anche sfide legate alla necessità spesso opposta di rimuovere tali gruppi funzionali nei processi energetici per massimizzare resa e qualità dei biocarburanti liquidi o gassosi.
Le tecnologie più consolidate operano attraverso fermentazione biologica o processi termochimici come pirolisi rapida o gassificazione. La gassificazione produce gas sintetico (miscele \( CO + H_2 \)), utilizzabile sia per sintesi chimiche sia per carburanti alternativi; mentre la pirolisi genera bio-petrolio se condotta con tempi brevissimi evitando formazione prevalente di carbonio solido.
L’implementazione commerciale più avanzata riguarda conversione catalitica ed upgrading tramite processi proprietari come EcofiningTM adottato dalla bioraffineria gelese; esso consente trasformazioni efficienti degli oli vegetali idrotrattati garantendo prodotti compatibili alle infrastrutture esistenti senza necessità d’investimenti radicalmente nuovi.
L’insediamento industriale ha trasformato radicalmente l’economia locale passando da un tessuto agricolo-pastorizio a un distretto industriale avanzato. L’integrazione della bioraffinazione ha mitigato alcune criticità ambientali ereditate dalla precedente attività petrolchimica grazie all’impiego massiccio di materie prime secondarie recuperate da filiere agroalimentari o rifiuti urbani/industriali.
Il progetto è accompagnato da programmi estesi di bonifica ambientale gestiti tramite Eni Rewind che assicurano sicurezza permanente delle aree dismesse; questa sinergia tra rigenerazione territoriale ed innovazione tecnologica è centrale per mantenere elevati livelli occupazionali preservando al contempo le risorse naturali regionali.
In Italia la biomassa rappresenta la fonte rinnovabile più versatile contribuendo significativamente alla transizione energetica secondo i principi dell’economia circolare. Tra il 2005 ed il 2018, l’energia prodotta da fonti rinnovabili è quasi raddoppiata passando da 10,7 a 21,6 Mtep, coprendo circa il 17,8% del consumo finale lordo nazionale, valore superiore al target del 17% fissato per il 2020 dalla Direttiva 2009/28/CE.
Le bioenergie costituiscono circa 10,6 Mtep, prevalentemente utilizzate per energia termica (72,7%) seguite dall’elettricità (15,5%) e dai biocarburanti nei trasporti (11,8%) dove però la quota interna italiana resta inferiore alle importazioni malgrado una crescita nella penetrazione dal 6,5% (2017) al 7,7% (2018) con target nazionale fissato all’8,7% entro il 2020 dal PAN 2010.
L’attuale industria chimica europea dipende ancora largamente dalle risorse fossili (90%) mentre solo una piccola parte deriva da carbonio rinnovabile (10%) benché vi siano crescenti spinte verso materiali biodegradabili destinati a raggiungere almeno il 30% delle materie prime entro il 2030.
Sto generando il riassunto…