Gli inibitori di corrosione svolgono il loro ruolo rallentando o bloccando specifiche semireazioni elettrochimiche che si verificano sulla superficie metallica esposta a un ambiente corrosivo. La corrosione è un fenomeno elettrochimico che coinvolge almeno due semireazioni: quella anodica, in cui il metallo si ossida cedendo ioni metallici alla soluzione, e quella catodica, dove avviene la riduzione di un agente ossidante come l’ossigeno disciolto. Gli inibitori agiscono selettivamente su una delle due semireazioni o, talvolta, su entrambe, modificandone la cinetica e le condizioni locali per limitare l’attacco corrosivo [1][3].
Gli inibitori anodici favoriscono la formazione e la stabilizzazione di uno strato passivo costituito da ossidi metallici sulla superficie del metallo. Questi agenti sono spesso composti ossidanti deboli come cromati, nitrati e nitriti (solitamente sotto forma di sali sodici o potassici), che reagiscono con il metallo formando film sottili ma resistenti all’ossidazione ulteriore. Il meccanismo consiste nel ridurre la velocità della semireazione anodica, cioè la dissoluzione degli ioni metallici, aumentando la polarizzazione anodica. La presenza di questo film passivo crea una barriera fisica e chimica che limita il contatto diretto tra metallo e ambiente corrosivo. Inoltre, il film sottile e brillante si rinnova continuamente tramite reazioni con l’ossigeno atmosferico o altri ossidanti presenti [1][4].
Un esempio pratico è l’utilizzo di sali di cromato di sodio nei sistemi di refrigerazione, radiatori d’automobile e condensatori di impianti elettrici; questi composti promuovono la formazione di uno strato protettivo che diminuisce il tasso di corrosione locale. Tuttavia, l’efficacia può essere compromessa in presenza di rotture meccaniche dello strato o variazioni del pH ambientale oltre limiti compatibili con la stabilità del film passivo [1][3][4].
L’inibizione catodica agisce rallentando la semireazione catodica tipicamente rappresentata dalla riduzione dell’ossigeno disciolto nell’acqua o da altri agenti ossidanti. Il meccanismo consiste nella precipitazione controllata di composti insolubili come idrossidi o ossidi metallici direttamente sulla superficie metallica. Ad esempio, i sali solubili di zinco possono precipitare formando un film opaco e relativamente spesso costituito da ossidi o idrossidi di zinco. Questo film isola localmente la superficie dal contatto con l’ossigeno e limita quindi la scarica elettrochimica catodica.
L’aspetto dinamico del film è cruciale: esso si rinnova costantemente grazie a nuove precipitazioni nelle zone dove perde continuità a causa della presenza locale di reazioni catodiche attive e innalzamento del pH. La capacità rigenerativa del film evita che i punti esposti diventino sedi preferenziali per ulteriori attacchi corrosivi [1].
Analogamente, miscele complesse contenenti fosfati come l’esametafosfato sodico insieme ad agenti antincrostanti quali fosfonati, poliacrilati di sodio o polimaleato di sodio facilitano una precipitazione uniforme e controllata dei sali di calcio creando una pellicola sottile ma efficace nella schermatura della superficie [1].
Alcuni inibitori agiscono direttamente rimuovendo dall’ambiente corrosivo gli agenti responsabili della reazione catodica. Tra questi spiccano gli agenti desossigenanti come l’idrazina (N2H4) che reagiscono chimicamente con l’ossigeno disciolto portandolo a trasformarsi in azoto gassoso e acqua secondo la reazione:
$$N_2H_4 + O_2 = 2H_2O + N_2$$
Questa reazione elimina quasi completamente l’ossigeno disponibile per la scarica elettrochimica riducendo drasticamente la velocità della semireazione catodica e quindi della corrosione stessa.
Tuttavia, tale approccio ha limiti significativi dovuti alla tossicità elevata dell’idrazina riconosciuta anche da organismi regolatori (IARC gruppo 2B, ACGIH gruppo A3, MAK categoria 2, Unione Europea categoria 2), che ne ha fortemente ridotto l’impiego industriale dagli anni ’80. Inoltre, la rimozione completa dell’ossigeno può favorire condizioni anomale sulla superficie metallica tali da indurre fenomeni passivi non uniformi o altre forme di degrado [1].
Gli inibitori organici basano il loro effetto sul fenomeno dell’adsorbimento molecolare sulla superficie metallica generando una pellicola molto sottile (spesso monomolecolare) idrofoba che isola il metallo dal contatto diretto con la fase acquosa contenente specie aggressive.
Molecole quali ammine alifatiche, poliammine, azoli o tiazoli interagiscono tramite legami deboli con i siti superficiali metallici creando così un rivestimento dinamico ma efficace nel prevenire il bagnamento superficiale necessario al processo corrosivo.
Il meccanismo prevalente è quello catodico: impedendo agli agenti ossidanti presenti nell’acqua (come $O_2$) di avvicinarsi alla superficie metallica si rallenta significativamente la scarica elettrochimica catodica responsabile della generazione degli ioni $OH^-$ necessari alla progressione della corrosione.
Questi film organici presentano però vulnerabilità legate alla loro sottigliezza e possibile degradazione chimica o fisica nel tempo; pertanto devono essere periodicamente rinnovati o associati ad altre strategie protettive [1][3].
Molti formulati commerciali combinano diversi tipi di inibitori per sfruttare sinergie tra meccanismi anodici, catodici e diretti; ad esempio miscele contenenti sia fosfati per precipitazioni controllate sia ammine organiche per adsorbimento pellicolare.
La complessità delle superfici metalliche reali - caratterizzate da imperfezioni cristalline, impurità ed eterogeneità chimiche - comporta che nessun singolo meccanismo sia totalmente risolutivo in tutte le condizioni operative. Variabili come temperatura, pH locale, concentrazione degli ioni aggressivi influenzano fortemente l’efficacia degli inibitori.
Inoltre lo spessore e la composizione dei film formati giocano un ruolo critico: troppo sottili possono essere instabili; troppo spessi possono alterare proprietà meccaniche superficiali o ostacolare processi industriali successivi come verniciatura o laminatura [1][4].
Nel trattamento delle superfici metalliche destinate a processi industriali quali decapaggio acido, zincatura elettrolitica o zincatura a caldo, gli inibitori formano parte integrante delle formulazioni chimiche usate.
Per esempio nei processi di decapaggio acido sono impiegati specifici inibitori formulati per proteggere il metallo base dagli attacchi aggressivi pur consentendo la rimozione selettiva degli ossidi superficiali. Prodotti commercializzati come CONDORHIBIT SAFE S7 per acido solforico o CONDORHIBIT SAFE SC 28 per acido cloridrico sono studiati proprio con tale scopo; CONDORHIBIT E 14 è invece utilizzato per evitare l’ossidazione durante la fase di risciacquo [2].
Durante l’elettrozincatura vengono utilizzati additivi capaci di garantire uniformità del deposito di zinco oltre a prevenire corrosioni premature; ACTICOND HP 15 favorisce infatti uno strato compatto di fosfati metallici mentre CONDORFOS KT 48 assicura protezione contro l’ossidazione post-deposito [2].
Tali formulazioni dimostrano concretamente come i principi chimici degli inibitori vengano integrati nei cicli produttivi garantendo prestazioni ottimali ed economia operativa senza compromettere la qualità superficiale dei prodotti finiti.
Sto generando il riassunto…