La corrosione microbica, o biocorrosione (MIC, Microbiological Induced Corrosion), rappresenta un fenomeno complesso in cui microorganismi eterogenei interagiscono con materiali metallici, modificandone la superficie e accelerandone il degrado. L’azione combinata di batteri, funghi, alghe e diatomee determina alterazioni chimiche locali che influenzano profondamente i processi elettrochimici alla base della corrosione.
Il gruppo più rilevante di microrganismi coinvolti nella MIC è costituito dai batteri ferruginosi. Tra questi, i batteri solfatoriduttori del genere *Desulfovibrio*, *Desulfonema*, *Desulfotomaculum* e *Desulfosarcina* assumono un ruolo predominante grazie alla loro capacità di ridurre i solfati a solfuri per ottenere energia metabolica. Essendo anaerobici, prosperano in ambienti privi di ossigeno ma ricchi di solfati anche in basse concentrazioni. Questi batteri sono particolarmente dannosi poiché possono ridurre il ferro ferrico a ferro ferroso, destabilizzando la matrice metallica e facilitando le reazioni corrosive[1].
In parallelo operano i batteri solfossidanti, come *Thiobacillus thiooxidans* e *Thiobacillus ferrooxidans*, capaci di ossidare ferro, zolfo e solfuri in solfati. Ad esempio, il *Thiobacillus thiooxidans*, ossidando zolfo e solfuri o altri composti solforati, produce acido solforico che accelera la decomposizione del metallo tramite attacco chimico diretto[1]. I ferrobatteri precipitanti quali *Gallionella ferruginea*, *Siderocapsa* e *Sphaerotilus* completano il quadro biologico ossidando ferro e manganese con conseguente deposizione di prodotti solidi sulla superficie corrotta.
Anche funghi specifici come *Cladosporium resinae* possono causare corrosione dell’alluminio abbassando localmente il pH fino a valori tali da depassivare lo strato protettivo naturale del metallo[1].
L’interfaccia tra metallo e ambiente acquoso o terreno è rapidamente colonizzata da biofilm costituiti da comunità microbiche tenute insieme da sostanze, spesso gelatinose, prodotte dagli stessi microorganismi. Il biofilm agisce da barriera fisica ma soprattutto crea microambienti chimicamente distinti dalla fase acquosa circostante. La stratificazione interna del biofilm presenta condizioni aerobiche nella zona esterna mentre quella interna è anaerobica, favorendo così lo sviluppo dei batteri solfatoriduttori responsabili della MIC[1].
Il pH all’interno del biofilm può variare, oscillando tra 0 e 11, mentre la temperatura tollerata dai microrganismi va da 0 °C fino a 80 °C; inoltre essi resistono a pressioni elevate fino a 103 MPa[1]. Queste condizioni estreme evidenziano l’adattabilità dei microorganismi implicati nella corrosione microbica anche in ambienti industriali severamente stressati.
Le superfici metalliche immerse in acqua subiscono una colonizzazione che evolve attraverso aggregazione progressiva delle microcolonie formando pellicole biologiche sempre più organizzate (biofilm). Nei sistemi idrici potabili le basse concentrazioni di nutrienti inducono i microorganismi a insediarsi sulle pareti delle tubazioni dove trovano condizioni favorevoli per sopravvivere e moltiplicarsi[1].
La presenza di batteri filamentosi come *Sphaerotilus* o peduncolati come *Gallionella* in acque non perfettamente pure può portare alla formazione di ammassi mucillaginosi con rischio significativo di occlusione meccanica delle tubature. Il biofilm inoltre supporta la proliferazione di organismi più complessi (isopodi, anfipodi, insetti, olicheti, irudinei, molluschi, nematodi, ecc.), accentuando fenomeni noti come macrofouling che contribuiscono a modifiche fisiche oltreché chimiche della superficie metallica[1].
L’innesco della corrosione elettrochimica avviene perché le zone ricoperte da biofilm presentano differenze locali nel potenziale elettrico creando aree anodiche e catodiche che accelerano la degradazione metallica anche se l’ambiente generale non favorisce spontaneamente la corrosione. I batteri ferroprecipitanti traggono energia ossidando ferro ferroso in ferro ferrico; questa trasformazione produce depositi solidificati che si impregnano nei filamenti cellulari mentre contemporaneamente si concentra cloruro sul metallo aumentando l’aggressività locale[1].
Ulteriormente, batteri eterotrofi come *Escherichia coli* liberano acidi organici che intensificano l’attacco chimico, mentre altri come lo *Pseudomonas*, agendo come ferro riducenti, aumentano la reattività superficiale producendo ferro ferroso da ferro ferrico. I batteri metanogeni coesistono spesso con i solfato riduttori stabilendo simbiosi metaboliche: i solfato riduttori producono idrogeno, anidride carbonica e acetato (per fermentazione), consumati poi dai metanogeni per generare metano e/o metano e anidride carbonica, rendendo possibile il processo delle reazioni[1].
Le strutture metalliche interrate presentano un rischio significativo dovuto alla presenza massiccia dei batteri solfato riduttori (gruppo *Desulfovibrio*), anaerobi facoltativi capaci di sopportare debolissime tracce d’ossigeno ma proliferanti solo in condizioni anaerobiche (o debolmente aerate) in cui sono disciolti sali solforici[1]. Circa metà degli attacchi corrosivi su tubazioni e serbatoi sotterranei sono attribuiti a queste specie.
I terreni argillosi (bassa resistività) neutri o acidi con elevato contenuto salino creano un ambiente ideale per la crescita dei solfato riduttori poiché, pur risultando in condizioni che renderebbero trascurabili i processi di corrosione elettrochimica, favoriscono l'attività metabolica batterica. L’odore caratteristico di uova marce che si percepisce quando il manufatto viene privato del terreno è dovuto al rilascio di idrogeno solforato prodotto dalla loro attività metabolica[1].
Questi microrganismi provocano un tipo di corrosione localizzata molto aggressiva soprattutto perché inducono la depolarizzazione catodica. I batteri solfato riduttori riducono i solfati in H2S, S2-, CO2 e FeS, ossidano gli acidi organici e producono acetato[1].
La gestione della biocorrosione richiede una comprensione dettagliata delle comunità microbiche presenti e dei loro meccanismi metabolici specifici. Le strategie preventive includono controllo delle condizioni ambientali (pH, ossigeno) e l’uso mirato di biocidi compatibili con i sistemi industrializzati.
L’approccio diagnostico deve considerare il monitoraggio continuo del biofilm mediante tecnologie avanzate capaci di distinguere le specie batteriche dominanti così da intervenire tempestivamente contro quelle maggiormente dannose quali i solfato riduttori anaerobi.
L’integrazione dei dati microbiologici con parametri elettrochimici permette inoltre una gestione predittiva più efficace rispetto ai soli controlli chimici tradizionali.
In sintesi la biocorrosione è un fenomeno multifattoriale influenzato dalla composizione microbiologica complessa del biofilm e dalle condizioni ambientali locali. La sua mitigazione richiede competenze interdisciplinari tra microbiologia applicata, ingegneria dei materiali ed elettrochimica industriale[1].
Sto generando il riassunto…