La chimica delle lacche si fonda su reazioni complesse che coinvolgono la polimerizzazione e l’indurimento di resine organiche, con modalità che variano sensibilmente in base al tipo specifico di lacca utilizzata. Le lacche tradizionali a base di urushiol, ottenute dalla resina dell’albero *Toxicodendron vernicifluum*, si differenziano nettamente dalle lacche moderne a base di nitrocellulosa o acriliche, soprattutto per il loro meccanismo di solidificazione. L’urushiol è una miscela di vari fenoli sospesi in acqua, caratterizzata da diverse catene laterali insature, rappresentate dalle formule chimiche come R = (CH₂)₁₄CH₃, R = (CH₂)₇CH=CH(CH₂)₅CH₃, R = (CH₂)₇CH=CHCH₂CH=CH(CH₂)₂CH₃, R = (CH₂)₇CH=CHCH₂CH=CHCH=CHCH₃, R = (CH₂)₇CH=CHCH₂CH=CHCH₂CH=CH₂ e altre, che conferiscono alla molecola una particolare reattività ossidativa[1].
L’indurimento della lacca a base urushiol avviene tramite un processo chiamato idropolimerizzazione, che richiede umidità e temperature calde, condizioni in cui l’enzima laccasi catalizza l’ossidazione dei gruppi fenolici. La polimerizzazione enzimatica trasforma le molecole monomeriche in un reticolo tridimensionale insolubile e resistente, con formazione di legami covalenti tra i fenoli ossidati. Questo substrato polimerizzato possiede una durezza elevata e una notevole resistenza chimica verso acidi, alcali, abrasione e acqua[1]. La necessità di umidità è cruciale perché facilita l'assorbimento di ossigeno necessario alla solidificazione, mentre la temperatura attorno ai 30° favorisce la cinetica della reazione enzimatica[2]. L’applicazione pratica prevede più strati successivi, da un minimo di tre fino a venti o più, ognuno lasciato asciugare lentamente in ambiente umido (chiamato *furo* o *muro* in giapponese) per evitare difetti nella pellicola finale[1][2].
Il processo rispetto alle lacche a base urushiol si osserva nelle lacche nitrocellulosiche: qui la solidificazione si ottiene principalmente per evaporazione rapida del solvente organico infiammabile che dissolve la nitrocellulosa. La nitrocellulosa è sintetizzata mediante nitrazione del cotone o altri materiali cellulosici; la sua struttura polimerica rende la resina solubile nei solventi organici comuni e permette una rapida evaporazione senza necessità di ossidazione enzimatica[1]. Durante l’asciugatura, ogni nuovo strato applicato scioglie parzialmente quello sottostante favorendo un ancoraggio meccanico profondo tra gli strati successivi: questo fenomeno crea una pellicola continua, dura ma flessibile. L’introduzione industriale delle lacche nitrocellulose risale ai primi anni 1920 ed ha rivoluzionato il settore automobilistico permettendo finiture colorate rapide e brillanti; ad esempio nel 1923 la General Motors adottò una lacca azzurro chiaro Duco, prodotta dalla DuPont, come prima finitura ad asciugatura rapida per le automobili Oakland[1].
La nitrocellulosa presenta però rischi intrinseci legati alla sua natura: oltre al potenziale infiammabile e tossico dei solventi, il processo produttivo richiede attenzione rigorosa per la natura della nitrocellulosa stessa, il cui tenore solubile è strettamente collegato alla forma altamente nitrata usata per fabbricare esplosivi[1]. Queste limitazioni hanno portato allo sviluppo successivo delle lacche acriliche sintetiche, basate su polimeri acrilici, che offrono maggiore sicurezza e durabilità.
Nel caso della lacca tradizionale del Giappone derivata dalla *Rhus vernicifera* D.C. (o *Toxicodendron vernicifluum*), il componente principale è l’acido urushico contenuto nella resina raccolta dagli alberi dopo almeno dieci anni di crescita[2]. L’acido urushico è un miscuglio complesso responsabile delle proprietà chimiche della resina: esso costituisce dal 75% all’85% delle prime qualità di lacca ed è presente in quantità minori nelle varietà meno pregiate, sotto il 60%[2]. Questa composizione determina anche la solubilità parziale nei solventi resinosi e leggermente nell’acqua. La presenza dell’enzima ossidasi chiamato laccasi è fondamentale poiché ne regola il processo d’indurimento tramite ossidazione dei fenoli.
La raccolta avviene incidendo il tronco durante il periodo da aprile a ottobre; il succo lattiginoso ottenuto ha consistenza simile al miele ed è depurato mediante filtrazione sotto pressione attraverso sacchi di cotone o canapa prima della lavorazione definitiva[2]. Il progressivo indurimento della superficie avviene tramite esposizione all’aria in ambienti controllati con temperatura intorno ai 30°, evitando accelerazioni artificiali che comprometterebbero le proprietà meccaniche finali[2].
Le proprietà fisiche della pellicola così formata sono particolarmente apprezzate: elevata durezza superficiale abbinata a buona elasticità interna, impermeabilità all’acqua e agli agenti chimici aggressivi quali acidi o basi. Tuttavia questa tipologia non tollera bene i raggi ultravioletti che degradano progressivamente le strutture molecolari polimerizzate[1].
Per ottenere colori diversi si aggiungono pigmenti minerali come ossidi di ferro per rossi o neri oppure cinabro polverizzato per finiture rosse tipiche cinesi; altre miscele includono metalli preziosi in polvere come oro o argento per effetti decorativi particolari[1][2]. In Giappone tecniche artistiche avanzate come *makie* valorizzano ulteriormente questi effetti con applicazioni multiple stratificate.
Il numero elevato degli strati applicati - fino a venti - serve sia a mascherare imperfezioni nel supporto sia a creare uno spessore tale da garantire uniformità ottimale nella trasparenza e lucentezza finale[2]. Dopo ogni applicazione segue un levigamento accuratissimo tramite abrasivi finissimi come pomice o carbone in polvere che rimuovono irregolarità microscopiche senza compromettere lo spessore residuo.
Nel caso delle lacche nitrocellulose invece la rapidità d’asciugatura consente una produzione industriale molto più veloce ma con rischi maggiori dovuti alla volatilità e infiammabilità dei solventi impiegati. Questo metodo sfrutta la dissoluzione parziale dello strato sottostante dal nuovo film applicato, spesso mediante pistola a spruzzo, per assicurare adesione interstrato uniforme; le lacche nitrocellulose producono una finitura durevole, molto dura ma flessibile, che può essere lucidata fino ad ottenere un elevato grado di brillantezza[1].
Le lacche acriliche sintetiche sviluppate successivamente puntano invece su reticoli polimerici più stabili resistenti agli agenti atmosferici ma richiedono formulazioni complesse con plastificanti e additivi per mantenere equilibrio tra durezza superficiale e flessibilità.
La chimica dietro le lacche evidenzia due principali meccanismi: uno enzimatico biochimico basato sull’idropolimerizzazione catalizzata dalla laccasi nelle lacche tradizionali contenenti urushiol; l’altro fisico-chimico basato sull’evaporazione rapida del solvente nelle lacche moderne a base nitrocellulosa o acrilica. Entrambi i processi mirano alla formazione di pellicole protettive durevoli ma differiscono nei tempi, condizioni operative e proprietà finali ottenibili. La scelta tra queste dipende dall’applicazione richiesta, dall’ambiente operativo previsto e dai requisiti estetici desiderati.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Lacca
[2] https://www.treccani.it/enciclopedia/lacche_%28Enciclopedia-Italia...
Sto generando il riassunto…