La biomassa, intesa come la massa complessiva di organismi animali e vegetali in un dato ambiente, rappresenta una risorsa energetica con radici storiche profonde. Il concetto, formalizzato negli anni venti del XX secolo da Vladimir Ivanovič Vernadskij (1863–1945), ha subito diverse evoluzioni terminologiche e applicative. Vernadskij presentò le prime stime della massa degli esseri viventi nel periodo tra il 1922 e il 1923, mentre l’introduzione del termine "biomassa" si deve allo zoologo tedesco Reinhard Demoll (1882–1960) e fu ripreso nel contesto oceanografico da Lev Aleksandrovich Zenkevich (1889–1970) nel 1931. L’applicazione ecologica del termine venne ulteriormente definita da Veniamin Grigor'evič Bogorov (1904–1971) nel suo studio del 1934, che misurò la biomassa in termini di peso secco degli organismi catturati, sviluppando così una definizione basata sulla "massa a secco di tutti gli individui in una popolazione" [1].
La normativa europea definisce la biomassa come la frazione biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui di origine biologica provenienti dall’agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali), dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, comprese la pesca e l’acquacoltura, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani. Dal punto di vista energetico, la combustione delle biomasse rilascia nell’atmosfera anidride carbonica in quantità sostanzialmente equivalente a quella assorbita durante il processo fotosintetico della crescita vegetale. Questo ciclo chiuso teoricamente neutralizza l’impatto sul bilancio dell’effetto serra, a condizione che ogni albero abbattuto venga sostituito da uno nuovo in grado di riassorbire CO₂ nell’arco dei decenni successivi. Tuttavia, la combustione diretta delle biomasse forestali accumulate per lunghi periodi implica un rilascio immediato e concentrato di anidride carbonica accumulata anche per centinaia d’anni, creando picchi temporanei che possono incidere sull’equilibrio atmosferico. La sostenibilità di questa pratica dipende strettamente dalla capacità di riforestazione e dal mantenimento degli ecosistemi coinvolti.
L’utilizzo energetico delle biomasse si scontra con diversi limiti intrinseci:
- Bassa densità energetica richiede vaste aree per la coltivazione o raccolta;
- Necessità di fertilizzanti per mantenere le rese produttive;
- Complessità logistica nella raccolta, trasporto e stoccaggio della materia prima;
- Problemi di condizione ambientale/meteo;
- Variabilità stagionale e meteorologica che influisce sulla produzione annua;
- Contraddizione con politiche ambientali orientate alla riduzione dei rifiuti.
Queste criticità confermano che l’impiego delle biomasse deve essere attentamente pianificato per evitare impatti negativi su territorio ed ecosistema[1].
Le biomasse si distinguono tecnicamente secondo tre criteri principali:
Contenuto d’acqua: biomassa fresca versus biomassa secca; la percentuale d’acqua influenza direttamente il potere calorifico e il processo di conversione energetica.
Origine biologica: fitomassa (da piante), zoomassa (da animali) e biomassa microbica (da microrganismi).
Vitalità: presenza o assenza di organismi vivi all’interno della massa organica (biomassa vivente o morta).
Questa classificazione è fondamentale per determinare i metodi più adatti per la conversione energetica e le tecnologie applicabili[1].
La fotosintesi rappresenta il processo biochimico mediante cui le piante trasformano energia solare in energia chimica immagazzinata nei carboidrati secondo la reazione sintetizzata come:
\[ \text{Acqua} + \text{Anidride carbonica} + \text{Luce} \rightarrow \text{Glucosio} + \text{Ossigeno} \]
L’efficienza energetica complessiva dipende dalla quantità di radiazione solare intercettata e dalla via biochimica seguita dalla pianta (C3 o C4). Questo parametro determina direttamente la resa potenziale della biomassa coltivata ai fini energetici[1].
I componenti principali della biomassa sono carboidrati, grassi e proteine. I carboidrati rappresentano la maggior parte della materia organica disponibile sotto forma di monosaccaridi come glucosio o fruttosio, disaccaridi quali saccarosio o polisaccaridi come amido e cellulosa. La composizione chimica influisce sulle modalità di conversione energetica; ad esempio, i polisaccaridi sono substrati fondamentali per processi fermentativi[1].
Le biomasse contribuiscono attualmente al 9% degli usi energetici primari mondiali, pari a circa 55 milioni di terajoule all’anno. Nei paesi in via di sviluppo questo contributo sale fino al 38% del fabbisogno energetico totale, evidenziando un ruolo cruciale nelle economie meno industrializzate[1].
Il bioetanolo è prodotto tramite fermentazione biologica degli zuccheri semplici presenti nelle colture agricole come canna da zucchero, barbabietola da zucchero o mais. Il processo si articola attraverso diverse fasi termiche ed enzimatiche:
1. Macinazione a secco del cereale per liberare l’amido.
2. Riscaldamento della purea a circa \(400\,K\) sotto pressione per gelatinizzare l’amido.
3. Trattamento enzimatico con enzimi (α-amilasi e glucoamilasi) a temperatura inferiore.
4. Trasferimento in fermentatori a \(360\,K\) con aggiunta di α-amilasi per scomporre l'amido.
5. Raffreddamento a \(350\,K\) e aggiunta di α-amiloglucosidasi per idrolizzare il carboidrato a glucosio.
6. Fermentazione controllata a \(310\,K\) mediante lievito vivo per decomporre glucosio in etanolo ed anidride carbonica.
7. Processo fermentativo durato circa \(2\)-\(3\) giorni con agitazione continua.
La concentrazione massima raggiunta in soluzione acquosa è compresa tra l’8% e il 12% p/v; concentrazioni superiori risultano tossiche per i lieviti utilizzati[2]. Successivamente si procede alla distillazione che porta l’etanolo al \(96\%\), limite dovuto alla formazione dell’azeotropo acqua-alcol; oltre questa soglia è necessario utilizzare setacci molecolari per ottenere etanolo puro destinato ai combustibili[2].
Analogamente sono sviluppati biodiesel derivati dalla spremitura e transesterificazione delle oleaginose come colza o soia. Esistono inoltre biocarburanti sintetici BTL ("Biomass to liquid") ottenuti da materiale organico residuale o colture dedicate[1].
La produzione su larga scala comporta problematiche importanti:
- Utilizzo intensivo di terre coltivabili sottratte all’alimentazione umana;
- Aumento dei prezzi delle materie prime agricole con effetti negativi soprattutto nei paesi meno sviluppati, creando insicurezza alimentare;
- Monocolture estese causano perdita di biodiversità, aumento dell'erosione del suolo e rischi ambientali.
Questi elementi richiedono un bilanciamento attento tra benefici ambientali indiretti derivanti dall’uso sostenibile della biomassa e gli impatti diretti sul sistema socioeconomico[1].
Il rapporto EROEI ("Energy Returned On Energy Invested") rimane una misura critica: indica quanta energia netta si ottiene considerando quanto ne viene consumata nella produzione stessa del biocarburante. Ottimizzare questo valore implica migliorare i processi agricoli, logistici e tecnologici collegati alla trasformazione della biomassa in energia utilizzabile.
Le temperature precise indicate nei processi fermentativi (\(400\,K\), \(360\,K\), \(350\,K\), \(310\,K\)) sottolineano quanto sia sofisticato il controllo termoenzimatico necessario per massimizzare resa ed efficienza nella produzione industriale del bioetanolo[2].
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L’impiego della biomassa come fonte rinnovabile richiede quindi una visione integrata tra aspetti ecologici, chimici, tecnologici ed economici. Le soluzioni devono combinare innovazioni nei processi chimici con pratiche agricole sostenibili affinché i combustibili biologici possano contribuire significativamente alla transizione energetica senza compromettere risorse vitali o equilibri ambientali.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Biomassa
[2] https://www.chimicaindustrialeessenziale.org/materiali-e-applicazi...
Sto generando il riassunto…