I combustibili fossili rappresentano accumuli di energia derivati dalla trasformazione naturale di sostanza organica sepolta nel corso di milioni di anni. Questo processo coinvolge la decomposizione progressiva di materiali biologici vegetali e animali, che, sottoposti a condizioni specifiche di temperatura e pressione nel sottosuolo, si trasformano in molecole sempre più stabili e ricche di carbonio. L'energia immagazzinata in questi combustibili ha origine dal Sole ed è stata catturata dalla biosfera attraverso la fotosintesi clorofilliana o tramite catene alimentari marine e terrestri[1].
Le principali categorie di combustibili fossili sono tre: petrolio e altri idrocarburi naturali, carbone in tutte le sue forme inclusa la torba e l’antracite, e gas naturale. Questi materiali non si distribuiscono uniformemente sul pianeta; i giacimenti di carbone si trovano spesso in regioni diverse rispetto a quelli degli idrocarburi liquidi o gassosi[1].
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Le riserve mondiali di carbone sono concentrate negli Stati Uniti, nell’Europa occidentale (Regno Unito, Belgio, Francia, Germania), nell’ex Unione Sovietica, Polonia, Cina, Australia, Giappone e India. Il carbone rappresenta la più grande quantità disponibile tra i combustibili fossili sfruttabili oggi. I depositi carboniferi possono anche contenere gas naturale associato (CBM), che costituisce un potenziale ulteriore vettore energetico attraverso lo sfruttamento combinato con tecnologie avanzate come lo stoccaggio sotterraneo della CO2[1].
Il petrolio è localizzato principalmente nell’area del Medio Oriente (Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Iran, Siria, Emirati Arabi Uniti), dove si concentra circa il 60% delle riserve mondiali convenzionali. Altri bacini importanti comprendono Nigeria e offshore atlantico nigeriano-angolano, Venezuela e Mar Caspio. Nel corso del tempo molte riserve tradizionali sono state sfruttate fino a un punto critico: nel 2005 si stimava che il 27% del petrolio sul mercato provenisse da aree con riserve in diminuzione come gli Stati Uniti o il Mare del Nord. Complessivamente sono stati estratti tra i 900 e i 1000 miliardi di barili mentre le riserve estraibili rimanenti sono valutate tra i 1000 e i 1500 miliardi di barili[1].
Le riserve maggiori di gas naturale includono Groningen nei Paesi Bassi, vasti giacimenti in Siberia e Algeria. Il gas naturale può essere associato ai giacimenti petroliferi oppure indipendente. Lo shale gas ha modificato significativamente lo scenario delle riserve a partire dall'inizio del XXI secolo.
La difficoltà principale per il gas naturale è legata alla sua commerciabilità: trasportare grandi volumi su lunghe distanze comporta problemi logistici significativi che vengono affrontati con progetti innovativi quali la liquefazione del gas per ridurne il volume[1]. Inoltre si esplorano nuove fonti come gli idrati di metano nei sedimenti marini; un test condotto nel marzo del 2013 nella fossa di Nankai al largo del Giappone ha prodotto circa \(120000\, m^3\) di metano da un pozzo che ha perforato circa \(300\) metri sotto il fondale marino a una profondità d’acqua sovrastante approssimativa di \(1000\) metri[1].
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L’impiego sistematico dei combustibili fossili iniziò alla fine del XVIII secolo con la Rivoluzione Industriale in Europa e America del Nord. Inizialmente dominava l’uso del carbone che favorì lo sviluppo industriale grazie alla disponibilità locale in paesi come l’Inghilterra fin dall’inizio del XVIII secolo. Nel XX secolo si osservò un declino relativo del carbone a favore del petrolio che offriva costi complessivi inferiori per estrazione e trasporto oltre a un minore impatto ambientale diretto durante la combustione.
Nel corso della seconda metà del XX secolo i consumi energetici mondiali aumentarono rapidamente: nel 1955 i combustibili fossili fornivano il \(52\%\) dell’energia mondiale; questa quota salì al \(64\%\) nel 1970 per superare oggi l’85%. Di questo complesso energetico globale il petrolio contribuisce per circa il \(40\%\), seguito dal carbone col \(26\%\) e dal gas naturale con una quota crescente al \(23\%\). L’energia nucleare fornisce invece una quota inferiore pari al \(7\%\)[1].
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I combustibili fossili hanno una composizione chimica basata prevalentemente su carbonio, idrogeno e zolfo. Il carbon fossile contiene tipicamente tra il \(75\%\) e il \(92\%\) in peso di carbonio elementare; l’antracite può raggiungere fino al \(97\%\)[3]. Il petrolio greggio è una miscela complessa composta principalmente da idrocarburi paraffinici (\(~30\%\)), nafteni (\(~40\%\)) e idrocarburi aromatici (\(~25\%\)), con una presenza residua (\(~5\%\)) di altri composti organici contenenti ossigeno, zolfo o azoto. La composizione media è approssimativamente l’85% carbonio e il \(13\%\) idrogeno[4].
Il gas naturale è costituito principalmente da metano fino al \(98\%\), con tracce variabili di etano, propano, monossido di carbonio, anidride carbonica, azoto ed elio[3]. Durante la combustione queste sostanze subiscono ossidazione producendo energia termica ma anche ossidi quali anidride carbonica (\(\mathrm{CO_2}\)) e anidride solforosa (\(\mathrm{SO_2}\))[3].
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La combustione dei combustibili fossili genera emissioni significative responsabili dell’inquinamento atmosferico attuale. Il rilascio in atmosfera dell’anidride solforosa \(\mathrm{SO_2}\), soprattutto dal carbone ad alto contenuto di zolfo, provoca fenomeni quali le piogge acide[1]. Inoltre l’emissione crescente di \(\mathrm{CO_2}\), pur non essendo direttamente tossica, è oggi considerata il maggiore imputato del surriscaldamento globale.
La quantità emissiva varia sensibilmente secondo la fonte energetica: a parità d'energia prodotta la combustione del carbone emette quasi il doppio della \(\mathrm{CO_2}\) rispetto al gas naturale[1]. Anche incidenti ambientali legati all’estrazione o allo sversamento accidentale dei derivati petroliferi producono danni irreversibili all’ambiente marino compromettendo flora e fauna[4].
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L’idrogeno non è un combustibile fossile ma un vettore energetico prodotto spesso da fonti fossili mediante processi chimici complessi che comportano dispendiosi passaggi tecnologici come l’eliminazione completa del carbonio dagli idrocarburi originari[2]. È più leggero dell’aria (14,4 volte), altamente infiammabile ed estremamente volatile tanto da disperdersi rapidamente nell’atmosfera[2].
L’accumulo dell’idrogeno avviene sotto forma compressa a pressioni tra i \(200\) e i \(250\, \text{bar}\) (e oltre), oppure liquefatto a temperature molto basse (-253 °C). Quest’ultima forma riduce drasticamente il volume ma richiede serbatoi isolati termicamente con elevato consumo energetico per mantenere lo stato liquido[2].
Soluzioni alternative prevedono l’immagazzinamento chimico tramite formazione degli idruri metallici o accumulo fisico su nanostrutture in fibra di carbonio. Questi sistemi permettono rilasci controllati ma necessitano ancora approfonditi sviluppi tecnologici prima della diffusione su larga scala nei trasporti o nella rete distributiva nazionale[2].
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I combustibili fossili rimangono oggi la principale fonte energetica mondiale grazie alle loro caratteristiche fisiche: alta densità energia/volume (“compattezza”), facilità relativa nel trasporto, facilità di immagazzinamento ed economicità consolidata nelle infrastrutture globali esistenti[1].
Il loro utilizzo continuo pone tuttavia importanti sfide ambientali dovute alle emissioni climalteranti ed inquinanti associate alla loro combustione oltre all’esaurimento progressivo dei giacimenti naturali non rinnovabili[1].
Sto generando il riassunto…