La corrosione elettrochimica si sviluppa quando due metalli o una parte metallica e un ambiente elettrolitico interagiscono attraverso processi di ossido-riduzione che coinvolgono trasferimenti di elettroni e di cariche ioniche nell'elettrolita. Il fenomeno si configura come una cella galvanica in cui il materiale metallico funge da elettrodo e l'ambiente corrosivo da elettrolita. All'anodo avviene la reazione di ossidazione del metallo che perde elettroni trasformandosi in cationi metallici; al catodo avvengono reazioni di riduzione che consumano gli elettroni liberati.
La semireazione anodica tipica è:
\[
M → M^{z+} + z e^-
\]
dove \(M\) è il metallo e \(z\) la carica dello ione metallico formatosi per ossidazione del metallo stesso; questa reazione determina la dissoluzione del metallo nell'ambiente circostante con conseguente degrado della massa metallica originale[1].
Le differenze di potenziale tra metalli diversi immersi nello stesso elettrolita sono alla base della corrosione galvanica. I metalli hanno un proprio potenziale standard di riduzione che può essere misurato rispetto all'elettrodo a idrogeno. Quando due metalli con potenziali differenti entrano in contatto elettrico in presenza di un elettrolita conduttore (ad esempio terreno umido), si crea una coppia galvanica dove il metallo con potenziale più negativo agisce da anodo e si dissolve più rapidamente.
La scala galvanica evidenzia valori come:
| Metallo | Potenziale (V vs. Elettrodo H₂) |
|---------|-------------------------------|
| Litio | -3,02 |
| Sodio | -2,72 |
| Magnesio| -1,80 |
| Alluminio| -1,45 |
| Ferro | -0,43 |
| Rame | +0,35 |
| Argento | +0,80 |
| Oro | +1,5 |
Gli elettroni fluiscono dal metallo con potenziale minore verso quello con potenziale maggiore; pertanto il primo subisce ossidazione accelerata mentre il secondo funge da catodo passivo[2]. Un esempio pratico è la corrosione localizzata alla giunzione tra collare di rame (catodo) e tubo di ferro (anodo), dove l'ossigeno presente nel terreno riduce gli elettroni provenienti dal ferro favorendo la sua ossidazione accelerata nelle vicinanze del contatto. Il rame non partecipa attivamente ad alcun processo, non si ossida e non si riduce, agendo da catodo inerte[2].
L'acqua pura distillata a pH neutro (\(pH=7\), \([OH^-] = 10^{-7}\)) è in grado di ossidare i metalli con potenziale standard di riduzione inferiore a \(-0,42\,V\), come lo zinco (\(-0,76\,V\)) e l'alluminio (\(-1,66\,V\))[4]. Per la reazione di riduzione dell'ossigeno:
\[
\mathrm{H}_2\mathrm{O} + ½\,\mathrm{O}_2 + 2e^- → 2\,OH^-
\]
il potenziale di riduzione standard vale \(E^\circ = +0,40\,V\). A \(pH=7\), tale reazione presenta un potenziale di riduzione pari a \(+0,81\,V\), rendendola capace di ossidare non solo il ferro (\(-0,44\,V\)), ma anche lo stagno (\(-0,14\,V\)), il piombo (\(-0,13\,V\)) e il rame (\(+0,34\,V\))[4]. In assenza di ossigeno disciolto, l'acqua pura non è in grado di corrodere efficacemente il ferro, data la parità quasi esatta dei potenziali standard fra acqua e ferro (\(-0,42\,V\) vs \(-0,44\,V\))[4].
Questa semireazione catodica è fondamentale per comprendere come la presenza o meno di ossigeno disciolto nell'acqua modifichi drasticamente la cinetica della corrosione elettrochimica.
Il processo complessivo che porta alla formazione della ruggine sul ferro coinvolge diverse fasi chimiche successive:
1. Ossidazione iniziale del ferro metallico a idrossido ferroso:
\[
2Fe + O_2 + 2H_2O → 2Fe(OH)_2
\]
2. Ossidazione degli idrossidi ferrosi a idrossidi ferrici tramite ossigeno disciolto:
\[
4Fe(OH)_2 + O_2 + 2H_2O → 4Fe(OH)_3
\]
3. Somma delle due precedenti reazioni:
\[
4Fe + 3O_2 + 6H_2O → 4Fe(OH)_3
\]
4. Precipitazione dell'idrossido ferrico come ossido ferrico idrato:
\[
2Fe(OH)_3 → Fe_2O_3·3H_2O
\]
La ruggine presenta formule generali variabili come \(Fe_2O_3·nH_2O\), indicando diversi gradi d'idratazione nei prodotti finali[4]. L'idrossido ferrico reagisce inoltre con anidride carbonica disciolta formando carbonati friabili che, insieme all'idrossido, costituiscono la ruggine, un solido scaglioso di composizione non perfettamente definita[4].
La corrosione intergranulare interessa principalmente gli acciai inossidabili sensibilizzati da trattamenti termici superiori ai \(500^\circ C\)[1]. A questa temperatura i carburi di cromo precipitano preferenzialmente lungo i bordi di grano arricchendoli localmente.
Questo fenomeno genera:
* Bordi di grano ricchi in carburi di cromo, che fungono da catodo
* Matrice circostante impoverita del cromo (<12%), non passivata e quindi fungente da anodo
La differenza chimica tra queste zone favorisce la formazione locale di celle galvaniche microscopiche che promuovono la corrosione a umido lungo i bordi di grano.
Per limitare questo tipo d’attacco si adottano strategie quali raffreddamento rapido attraversando l’intervallo critico o riscaldamenti prolungati per favorire la diffusione del cromo; inoltre l’aggiunta in lega di elementi più carburabili del cromo (Ti, Nb o Ta) forma carburi stabili che prevengono la carburazione del cromo.
Un'altra soluzione consiste nel decarburare l’acciaio portando il contenuto carbonioso sotto lo \(0,03\%\)[1], ottenendo gli acciai "EL" (Extra Low Carbon). Tenori di carbonio compresi fra lo \(0,03\%\) ed \(0,08\%\) caratterizzano invece gli acciai "L" (Low Carbon).
Il controllo reale della corrosione elettrochimica incontra limitazioni dovute alla complessità ambientale: variazioni nella composizione dell’elettrolita possono modificare le velocità delle semireazioni anodiche/catodiche; zone impermeabili all’ossigeno creano differenze locali nei processi redox; fattori meccanici possono aggravare l’attacco chimico-elettrochimico (come tensocorrosione o fatica corrosiva).
Inoltre la protezione passiva può essere compromessa da rotture meccaniche o da contaminanti chimici capaci d’inibire la formazione degli strati protettivi.
Le tecniche sperimentali basate su diagrammi termodinamici come quelli di Pourbaix permettono una prima valutazione delle condizioni favorevoli alla passivazione o alla corrosione, mentre i diagrammi di Evans sono utilizzati per ipotizzare la velocità di corrosione una volta noto lo stadio cineticamente determinante[1].
La corrosione elettrochimica rappresenta un processo degradativo essenziale da comprendere per garantire durabilità nelle applicazioni ingegneristiche dei materiali metallici. La natura galvanica dell’attacco implica che ogni combinazione materiale/ambiente debba essere attentamente valutata considerando i potenziali standard dei materiali coinvolti e le condizioni ambientali reali.
Fenomeni specifici come la corrosione intergranulare negli acciai inox dimostrano quanto sia critica anche la microstruttura metallurgica nel definire le vulnerabilità alla corrosione.
Sto generando il riassunto…