La dissalazione si configura come un processo critico per la conversione di acque salmastre e marine in risorse idriche utilizzabili soprattutto per il consumo umano e per usi industriali. La rimozione della frazione salina non mira a un'acqua priva di sali, poiché un contenuto residuo nell’ordine dei 25-50 mg/l è mantenuto per ragioni organolettiche e sanitarie[1]. Questo equilibrio garantisce un’acqua potabile gradevole al palato e con i necessari minerali.
La tecnologia evaporativa sfrutta la vaporizzazione dell’acqua salata seguita da condensazione. Tipicamente impiegata per produzioni elevate, può arrivare a trattare flussi di circa 100 000 m³/h[1]. Questi impianti operano a temperature comprese tra i 40 e i 200 °C, condizioni che richiedono materiali resistenti alla corrosione alcalina indotta dal cloruro di sodio presente nelle soluzioni concentrate. Acciai austeno-ferritici, leghe Cu-Ni e titanio sono comunemente adottati per questa ragione[1].
L’evaporazione produce rigetti con salinità superiore all’acqua di alimentazione; in alcuni casi, il cloruro di sodio viene recuperato in forma cristallina dopo l’evaporazione completa della parte liquida. Le configurazioni principali sono tre: a multiplo effetto, multiflash e a ricompressione.
Nel sistema a multiplo effetto, il calore fornito da una sorgente termica (come vapore d’acqua) viene trasferito all’acqua da trattare attraverso una serie di camere di evaporazione (EC). Il processo prevede la condensazione del vapore generato in ogni camera che cede calore alla successiva. Il ciclo tipico si sviluppa su cinque effetti ma negli impianti più grandi si raggiungono fino a quindici effetti, aumentando l’efficienza energetica complessiva[1].
I dissalatori multiflash riscaldano l’acqua grezza in un’unica soluzione nello scambiatore fuori dall’evaporatore prima che entri nel sistema evaporativo vero e proprio. Ogni camera funziona a pressioni decrescenti, favorendo l’evaporazione consecutiva del liquido. In questo caso il rigetto può superare il 5% di concentrazione salina ed è possibile realizzare fino a venti stadi operativi, superando così il numero tipico degli effetti nei sistemi multipli[1].
Nei dissalatori a ricompressione, il vapore prodotto nella camera di evaporazione viene compresso ad alta pressione tramite compressori azionati da motori elettrici o turbine. L’aumento della pressione innalza la temperatura di condensazione consentendo la reimmissione del vapore nello scambiatore. Esistono dissalatori di questo tipo a doppio ed anche a triplo effetto, in cui il vapore dell'ultimo effetto, dopo compressione, viene inviato al primo raddoppiando o triplicando la resa in acqua trattata[1].
Il metodo più diffuso è la dissalazione per permeazione attraverso membrane semipermeabili, con particolare riferimento all’osmosi inversa. Questa tecnologia è largamente adottata in paesi con scarsità d’acqua dolce ma abbondanza d’acqua marina: in Spagna oltre il 56% dell’acqua dolce proviene da impianti dissalatori ad osmosi inversa[1]. L’impianto più grande esistente si trova a Dubai ed eroga circa 630,000 m³ al giorno[1].
Il processo comincia con il prelievo dell’acqua marina tramite pompe che possono essere alimentate sia da combustibili fossili sia da fonti rinnovabili come pannelli solari o turbine eoliche. L’acqua passa attraverso una serie di filtri: macro-grate per impurità grossolane; membrane microfiltranti con porosità inferiori a 10 µm per trattenere sabbia; membrane ultrafiltranti per bloccare batteri; infine membrane nanofiltranti che impediscono il passaggio dei solfati[1].
L’effettiva dissalazione avviene poi pompando l’acqua sotto pressioni comprese tra i 55 e i 70 bar attraverso membrane con porosità dell’ordine dei 0,1 nm. Queste membrane permettono esclusivamente il passaggio delle molecole d’acqua mentre bloccano i sali disciolti. La struttura delle membrane comprende tre strati distinti realizzati in polisolfato e poliestere[1]. La modalità operativa è definita cross-flow per minimizzare l’accumulo dei sali sulla superficie.
La principale criticità riguarda lo smaltimento della salamoia residua che non può essere direttamente scaricata in mare senza alterare gli ecosistemi marini locali. Inoltre le membrane presentano costi elevati dovuti alla complessità produttiva e ai materiali specializzati richiesti; esse inoltre si degradano nel tempo sotto l’effetto delle alte pressioni operative. Si sottolinea che la potenza necessaria per svolgere il processo dipende dalla salinità dell'acqua: più è salata, maggiore è l'energia necessaria[1].
Le membrane per osmosi inversa non consentono un recupero totale della frazione acquosa in quanto non consentono il trattamento di fasi solide, se non prevedendo una sezione evaporativa. Ciò comporta limiti nella resa massima ottenibile dalla permeazione rispetto alle tecnologie evaporative che invece possono raggiungere percentuali superiori grazie alla gestione termica del ciclo.
Gli impianti evaporativi richiedono sorgenti energetiche significative per fornire calore latente di vaporizzazione; ciò implica investimenti infrastrutturali importanti nelle aree dotate di energia termica disponibile o necessità di integrazione con cogenerazioni o fonti esterne.
Nella configurazione multiflash, la gestione delle pressioni decrescenti richiede circuitazioni sofisticate con controllo accurato dei parametri termodinamici per ottimizzare l’evaporazione parziale ad ogni stadio.
Le soluzioni a ricompressione si scontrano con la complessità meccanica dei compressori ad alta efficienza e richiedono manutenzioni approfondite sui motori elettrici o turbine associati.
L’elettrodialisi rappresenta una tecnologia meno sviluppata dell'osmosi inversa, ma presenta un’importante limitazione[1]. Sebbene presenti sfide rispetto all’osmosi inversa in termini di applicabilità generalizzata ed efficienza energetica complessiva, rimane oggetto di studio per scenari specifici dove l’equilibrio cost-beneficio risulta favorevole[1].
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La dissalazione resta dunque un campo tecnologico multidimensionale dove la scelta del metodo dipende da fattori quali volume d’acqua da trattare, qualità richiesta, disponibilità energetica e condizioni ambientali locali. Le tecnologie evaporative offrono capacità elevate ma con elevati consumi termici, mentre le membrane garantiscono flessibilità operativa ma pongono sfide economiche legate alla durata delle componentistiche filtranti e allo smaltimento degli scarti concentrati[1].
Sto generando il riassunto…