La ionizzazione dei gas avviene quando un gas inizialmente neutro viene sottoposto a un campo elettrico sufficientemente intenso da provocare la liberazione di elettroni dai suoi atomi o molecole, trasformandolo in un mezzo conduttore di elettricità. Tale processo è alla base delle scariche elettriche nei gas, fenomeno che si manifesta come rottura dielettrica del materiale gassoso e può evolvere in diverse forme, dalla scarica oscura fino all'arco elettrico vero e proprio[1].
La rigidità dielettrica di un gas definisce il campo elettrico massimo che questo può sopportare senza entrare in conduzione; superata questa soglia, si ha la cosiddetta "perforazione" della rigidità dielettrica, situazione tipica ad esempio nei fulmini o nei tubi al neon[1]. Questa caratteristica dipende fortemente dalla pressione del gas e dalla distanza tra gli elettrodi che applicano la tensione.
In laboratorio, l’ionizzazione si ottiene principalmente mediante tre tecniche: l’applicazione diretta di una corrente continua fra elettrodi, l’irradiazione con onde radio a frequenza opportuna, o l’uso di microonde. Microscopicamente, tutte queste modalità forniscono energia agli elettroni legati ai nuclei atomici spingendoli oltre il potenziale di ionizzazione necessario per liberarsi[1]. Questo potenziale varia tipicamente fra \(5\) e \(25 \text{ eV}\) a seconda dell’elemento coinvolto.
L’energia cinetica degli elettroni deve superare questa soglia affinché si inneschi una cascata ionizzante per collisione: gli elettroni liberi accelerati dal campo urtano altri atomi neutri liberando ulteriori elettroni, fino a raggiungere un equilibrio determinato dalla pressione del gas e dall’intensità del campo stesso[1]. Nei gas biatomici come azoto o ossigeno la soglia è più elevata perché occorre anche fornire energia per spezzare le molecole.
Gli studi pionieristici sulle scariche gassose risalgono alla fine dell’Ottocento con i tubi di Crookes o Geissler. Questi apparati semplici comprendono un tubo rettilineo evacuato tramite pompa, due elettrodi posti alle estremità del tubo e una bombola contenente il gas da ionizzare con controllo della pressione tramite valvola a spillo[1].
La pressione tipica nei tubi di scarica varia tra \(10^{-2}\) e \(1 \text{ mbar}\) (equivalenti a circa \(7,6 \times 10^{-3}\) e \(0,76 \text{ torr}\)). La legge di Paschen descrive come la tensione necessaria al breakdown dipenda dal prodotto pressione-distanza tra gli elettrodi; vi è un prodotto ideale per cui la tensione di innesco ha un minimo. Valori troppo bassi o troppo elevati impediscono lo sviluppo della scarica per motivi opposti: nel primo caso la probabilità di collisione è così bassa che non avviene nessuna scarica; nel secondo le collisioni sono così frequenti da non permettere agli elettroni di acquistare sufficiente energia tra un urto e l’altro[1].
Un tipico esperimento utilizza due elettrodi a disco di \(2 \text{ mm}\) di diametro, distanziati di \(50 \text{ cm}\), con una pressione di \(1 \text{ torr}\) nel tubo di scarica[1]. Variando la tensione applicata si osservano regimi successivi:
- Scarica oscura
- Scarica a bagliore (glow)
- Arco elettrico (scintilla)
Questi stati sono identificabili sperimentalmente tramite curve caratteristiche della corrente in funzione della tensione applicata.
Nel regime iniziale chiamato "scarica oscura", descritto da John Sealy Townsend intorno al \(1897\), la corrente è estremamente bassa (inferiore a \(10 \text{ µA}\)) o sotto forma di impulsi casuali nell’ordine dei picoampere (pA), dovuti a sorgenti esterne come radioattività naturale e raggi cosmici. In questa fase la quantità di elettroni liberi prodotti è insufficiente a generare una luminosità visibile; tuttavia il processo di ionizzazione è già attivo[1].
L’importanza delle collisioni fra particelle cariche è confermata anche dalla teoria cinetica dei gas: l’energia media cinetica traslazionale degli atomi è proporzionale a \( \frac{3}{2} k T \), dove \(k\) è la costante di Boltzmann (\(k = 1,36 \times 10^{-16} \text{ erg/gradi}\)), mentre \(T\) rappresenta la temperatura assoluta[2].
L’energia minima necessaria per strappare un elettrone da un atomo neutro è detta potenziale di ionizzazione. L’urto fra particelle mobili – ad esempio elettroni accelerati – con energia superiore a tale valore può provocare la formazione di ioni. Tale fenomeno costituisce il meccanismo principale alla base della scarica nei gas sotto campo elettrico[2][3].
L’agitazione termica delle molecole contribuisce anch’essa alla ionizzazione: aumentando la temperatura cresce il numero medio degli urti anelastici che provocano la formazione di una coppia di ioni. Ad esempio, alla temperatura caratteristica dell’arco elettrico (circa \(4000 \text{ gradi assoluti}\)) circa il \(7\%\) degli atomi del vapore di sodio risulta ionizzato[2]. Questo processo diventa dominante negli ambienti ad alta temperatura come le stelle, dove i nuclei degli atomi vengono del tutto spogliati del loro involucro di elettroni.
I gas nobili presentano un'energia di ionizzazione maggiore. Per i gas biatomici come azoto o ossigeno deve essere inclusa anche l'energia necessaria per spezzare le molecole: la conseguenza è che la tensione di breakdown è generalmente più alta per questi ultimi[1]. La complessità del processo aumenta inoltre in presenza di superfici isolanti o condizioni ambientali mal definite, come accade nelle scariche spontanee atmosferiche o nei corto circuiti nei circuiti elettrici.
La ionizzazione può essere provocata anche da radiazioni elettromagnetiche con energia sufficiente ad estrarre elettroni dagli atomi: luce ultravioletta, raggi X o raggi gamma sono agenti ionizzanti noti. Secondo l’effetto fotoelettrico scoperto da Hertz nel \(1887\), se l’energia del quanto \(hv\) supera il potenziale di ionizzazione \(V\) moltiplicato per la carica dell'elettrone \(e\), un fotone può liberare un elettrone dall’atomo colpito[2].
In questi casi le molecole si ionizzano perdendo o acquistando elettroni, diventando ioni. L’accelerazione subita dagli ioni in un campo elettrico dipende dal rapporto tra carica – multiplo intero della carica dell’elettrone (\(e = 4,77 \times 10^{-10} \text{ u.e.s.}\)) – e massa; ciò determina differenti velocità secondo la specie chimica considerata[2].
Il numero totale degli ioni positivi e negativi presenti nel volume gassoso aumenta con il tempo fino a raggiungere un limite fissato dall’equilibrio dinamico tra produzione per processi ionizzanti esterni e ricombinazione degli stessi attraverso collisioni reciproche, in misura proporzionale al prodotto delle concentrazioni degli ioni di ciascuna carica[2].
Il coefficiente \(a\) che descrive tale ricombinazione varia con il gas, la temperatura e la pressione: ad esempio, per l'idrogeno a \(15^\circ \text{C}\) e a \(760 \text{ mm}\) di pressione, il valore è \(a = 2980\)[2]. Questo equilibrio regola pertanto anche le proprietà conduttive macroscopiche del gas.
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La comprensione dettagliata dei processi fisici coinvolti nella ionizzazione dei gas consente lo sviluppo tecnologico in numerosi settori industriali – dall'elettrodeposizione, xerografia e sputtering industriale alle applicazioni mediche – nonché una migliore interpretazione dei fenomeni naturali quali i fulmini atmosferici[1][2][3].
Sto generando il riassunto…