La legge di Boyle descrive matematicamente il comportamento di un gas ideale sottoposto a trasformazioni isoterme. Essa stabilisce che per una quantità fissa di gas mantenuta a temperatura costante, il prodotto tra la pressione \( p \) e il volume \( V \) è costante:
\[ p \cdot V = \mathrm{costante} \]
Questa relazione implica un'inversa proporzionalità tra pressione e volume: se la pressione aumenta, il volume diminuisce in modo tale che il prodotto resti invariato. Tale principio fu formulato da Robert Boyle nel 1662 e successivamente precisato da Edme Mariotte nel 1676, che evidenziò la necessità della condizione di temperatura costante affinché la legge valga esattamente[1].
La legge può essere formalizzata anche con i valori relativi a due stati termodinamici distinti indicati con i pedici "1" e "2":
\[ p_{1} \cdot V_{1} = p_{2} \cdot V_{2} \]
Questa equazione permette di calcolare uno dei quattro parametri (pressione o volume in uno stato o nell’altro), conoscendo gli altri tre. Il vincolo fondamentale è che la temperatura rimanga invariata durante la trasformazione:
\[ T_{1} = T_{2} \]
In termini differenziali si può esprimere con l’operatore differenza:
\[ \Delta (p \cdot V)_{(T=cost.)} = 0 \]
che significa che variazioni nel prodotto pressione-volume sono nulle se la temperatura è costante[1].
Robert Boyle pubblicò nel 1662 “A Defence of the Doctrine Touching the Spring And Weight of the Air”, presentando per la prima volta questa relazione empirica tra pressione e volume dell’aria. Mariotte confermò questi risultati nel 1676 sottolineando il ruolo cruciale della temperatura costante nella validità della legge[1].
L’esperimento originale di Boyle consisteva nella misurazione del volume di un gas in funzione della pressione esercitata tramite una colonna di mercurio. Il prodotto pressione-volume risultò costante entro un margine d’errore dell'1,4%, confermando così l’applicabilità pratica della legge[1].
La legge è rigorosamente valida solo per gas ideali o gas reali in condizioni di pressione non troppo elevate (gas rarefatto) e temperature non troppo prossime alla temperatura di liquefazione. Per pressioni elevate o temperature prossime al punto critico del gas, le deviazioni dal comportamento ideale diventano significative.
La legge non è valida per i liquidi, il cui volume varia assai poco con il variare della pressione. Nel caso dei liquidi, la variazione di densità è del tutto trascurabile fino a livelli di pressione veramente elevati: ad esempio nel mare, al crescere della profondità aumenta la pressione, ma la temperatura diminuisce (anziché aumentare) fino a stabilizzarsi oltre i 100-200 metri[1].
Dal punto di vista microscopico l’energia cinetica media delle molecole di gas dipende dalla temperatura. Mantenendo fissa quest’ultima durante una trasformazione isoterma, l’energia cinetica delle particelle rimane costante.
La pressione di un gas dipende sia dall'energia cinetica delle particelle sia dalla frequenza degli urti contro le pareti del recipiente. Siccome, a temperatura costante, l'energia cinetica rimane costante, l'unico fattore che determina la pressione è la frequenza degli urti contro le pareti. Dimezzando il volume occupato dal gas, il numero totale delle particelle resta lo stesso ma raddoppia il loro numero nell'unità di volume: per tale motivo la frequenza degli urti raddoppia e quindi raddoppia anche la pressione del gas[2].
L’applicabilità della legge si estende a numerosi casi pratici dove un gas viene compresso o espanso mantenendo costante la temperatura.
Esempio #1: Si consideri una quantità di azoto alla pressione iniziale di \( 2,0\, atm\), occupante un volume pari a \(0,8\, L\). Se la pressione viene aumentata a \(5,0\, atm\), mantenendo costante la temperatura, quale sarà il nuovo volume?
Applicando
\[ p_{1}V_{1} = p_{2}V_{2} \Rightarrow V_{2}=\frac{p_{1}V_{1}}{p_{2}}=\frac{(2,0)(0,8)}{5,0}=0,32\, L\]
Il nuovo volume occupato dall’azoto sarà dunque pari a \(0,32\, L\)[2].
Esempio #2: Un campione di elio ha inizialmente una pressione pari a \(3,0\, atm\) ed un volume uguale a \(0,9\, L\). Se il volume viene portato a \(2,25\, L\), qual è la nuova pressione?
Utilizzando:
\[ p_{2}=\frac{p_{1}V_{1}}{V_{2}}=\frac{(3,0)(0,9)}{(2,25)}=1,2\, atm\]
La nuova pressione risulta essere pari a \(1,2\, atm\)[2].
Rappresentando su un piano cartesiano il valore del volume sull’asse delle ascisse e quello della pressione sull’asse delle ordinate per valori calcolati alla stessa temperatura si ottiene un'iperbole equilatera detta isoterma.
Diminuendo la temperatura l’isoterma si sposta verso l’interno del grafico; ciò riflette il fatto che ad ogni valore dato del volume corrisponde una maggiore o minore pressione in funzione della temperatura assoluta[2].
La legge di Boyle costituisce un caso particolare della più ampia equazione dei gas ideali:
\[ pV=nRT \]
dove \( n \) indica il numero di moli di gas e \( R\) è la costante universale dei gas perfetti. La legge si applica infatti quando si mantiene fissata sia la quantità chimica sia appunto la temperatura.
Il comportamento lineare fra logaritmi del volume e della pressione può essere sfruttato sperimentalmente per verificare se un campione gassoso segue effettivamente il modello ideale: utilizzando l'equazione \( y=-x+a \), dove \( y=\ln(P) \), \( x=\ln(V) \), e \( a=\ln(c) \), si ottiene una retta con coefficiente angolare -1[3].
Il principio espresso dalla legge è fondamentale nei processi industriali che coinvolgono compressione o espansione dei gas come nei motori termici o nei compressori.
In ambito medico ed ambientale viene utilizzato per comprendere fenomeni respiratori o atmosferici dove i cambiamenti volumetrici influenzano direttamente le pressioni parziali dei componenti gassosi.
La consapevolezza dei limiti reali dell’applicazione consente agli operatori tecnici ed ingegneristici di adottare modelli più complessi quando necessario oppure sfruttare questa semplice relazione per calcoli preliminari affidabili[3].
Sto generando il riassunto…