Le lenti fotocromatiche sfruttano una reazione chimica reversibile che si attiva in presenza di radiazioni ultraviolette (UV) o luce solare, determinando un cambiamento di colore e un conseguente scurimento del materiale. Una volta che l'irradiazione di luce o raggi UV scompare, le lenti ritornano gradualmente allo stato iniziale di trasparenza. Questo processo è mediato da molecole fotosensibili che mutano la loro struttura chimica sotto l’azione degli UV, modificando così le proprietà ottiche della lente. Il meccanismo fondamentale consiste nell’apertura e chiusura di anelli molecolari, fenomeno che induce variazioni nell'assorbimento della luce visibile.
La composizione chimica delle sostanze fotocromatiche varia notevolmente a seconda del supporto: nel vetro si utilizzano sali e microcristalli di alogenuro d’argento e/o cloruro d’argento, mentre nelle lenti plastiche vengono impiegati composti organici quali oxazine, naftopirani o miscele di indolino-spironafto-xazine. Nel vetro borosilicato la colorazione iniziale blu brillante non implica ancora attività fotocromatica, che viene invece attivata da un trattamento termico a circa 600 °C, il quale condiziona il colore del vetro, il grado massimo di oscuramento e la velocità della reazione [1].
La prima applicazione commerciale delle lenti fotocromatiche risale alla prima metà degli anni sessanta con lo sviluppo da parte della Corning di lenti in vetro borosilicato dotate di proprietà fotocromatiche. La diffusione su larga scala avvenne verso gli anni settanta, limitata però alla compatibilità esclusiva con materiali minerali. Negli anni ottanta comparvero i primi tentativi di produrre lenti infrangibili sintetiche con proprietà fotocromatiche; la società American Optical introdusse Photolite, ma solo all’inizio degli anni novanta le prestazioni raggiunsero livelli degni di nota e una diffusione globale grazie ai progressi tecnologici apportati dalla PPG e dalla sua neonata società Transitions. Solo negli ultimi dieci anni si è assistito a un superamento delle performance classiche, con materiali infrangibili capaci di oscurarsi più efficacemente e durare più a lungo senza degradarsi prematuramente [1].
Le lenti in vetro distribuiscono il materiale fotocromatico uniformemente in tutto il volume della lente, cosa che provoca differenze nell’oscuramento e nella velocità di reazione quando lo spessore varia tra le due lenti montate su una stessa montatura. Questo può generare fastidi visivi soprattutto in presenza di prescrizioni molto diverse tra gli occhi. Al contrario, nelle lenti infrangibili la sostanza fotosensibile viene solitamente inserita in un substrato creato nella parte anteriore della lente; ciò consente un comportamento uniforme dell’effetto fotocromatico indipendentemente dallo spessore o dal valore diottrico della lente. L’oscuramento risulta quindi omogeneo anche se le due lenti hanno gradazioni diverse [1].
Tuttavia esistono anche lenti infrangibili "colorate in massa", dove il materiale è distribuito su tutto lo spessore; queste presentano comunque una risposta omogenea simile a quella delle versioni stratificate. Le prime generazioni delle lenti infrangibili avevano limiti evidenti: minor grado massimo di oscuramento rispetto al vetro, alterazioni cromatiche nel tempo e riduzione delle prestazioni fino alla perdita definitiva dell’effetto dopo alcuni mesi o un anno. Le tecnologie attuali hanno superato questi problemi garantendo durata superiore anche oltre i tradizionali circa 4 anni dichiarati per la sensibilità dei materiali interni alla luce UV [1].
Il processo di scurimento avviene rapidamente: le lenti di ultima tecnologia scuriscono considerevolmente in meno di un minuto dall’esposizione alla luce UV, per poi continuare a scurirsi più lentamente fino a circa altri 15 minuti. Allo stesso modo la riapertura delle molecole fotosensibili avviene gradualmente quando si rimuove la fonte UV: le lenti tornano quasi completamente chiare in circa 5 minuti, sebbene siano necessari circa 15 minuti per tornare allo stato di non-esposizione [1].
Per realizzare lenti infrangibili standard con indice di rifrazione pari a 1.5 non si utilizza il classico CR39, ma una variante chiamata CR330 che ha maggiore affinità per assorbire i composti chimici fotosensibili migliorandone la resa del processo fotocromatico. Per indici più elevati si impiegano materiali appositamente ottimizzati.
Nel caso del vetro borosilicato il trattamento termico post-produzione costituisce una fase critica: la temperatura vicino ai 600 °C regola sia la tonalità finale del colore sia le caratteristiche cinetiche della reazione foto-indotta.
Le combinazioni chimiche permettono varie colorazioni fra cui marrone, grigio e verde risultano quelle maggiormente diffuse sul mercato. Alcuni produttori propongono anche tinte alternative come verde-grigio o indaco ma tali varianti sono generalmente poco comuni specie per le versioni minerali dove prevalgono marrone e grigio per motivi produttivi e commerciali.
Il vantaggio principale delle lenti fotocromatiche sta nella loro capacità adattativa: forniscono una protezione solare proporzionale all’intensità luminosa esterna senza dover cambiare occhiali tra ambienti interni ed esterni. Ciò rende possibile sostituire gli occhiali da sole tradizionali con un singolo paio "tuttofare", sebbene non possano sostituirli in tutte le situazioni.
Le lenti fotocromatiche, quando non esposte a raggi UV, risultano molto chiare, sebbene non come le lenti trasparenti classiche; la differenza è minima e poco percettibile nelle nuove generazioni, che allo stato chiaro presentano una leggera dominante di colore residuo. La durata dell'effetto è solitamente dichiarata in circa 4 anni, dopo i quali i materiali perdono sensibilità, sebbene le nuove lenti abbiano dimostrato una durata nettamente superiore.
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