I composti noti come PFAS rappresentano una famiglia estremamente vasta e complessa di molecole organiche fluorurate caratterizzate dalla presenza del residuo perfluoroalchilico \[ C_nF_{2n+1} \]. Questa struttura consiste in una catena alchilica in cui tutti gli atomi di idrogeno sono sostituiti da atomi di fluoro, conferendo ai PFAS proprietà chimiche e fisiche uniche che ne determinano la stabilità e la persistenza ambientale. La forte energia del legame carbonio-fluoro è alla base della loro inerzia chimica e della resistenza a processi degradativi termici o biologici comuni. Il gruppo funzionale può variare nella composizione finale come indicato dal generico gruppo R nel composto \[ CF_3-R \], che definisce ulteriormente le caratteristiche specifiche del singolo PFAS[3].
L’invenzione del Teflon nel 1938 segna l’ingresso commerciale dei PFAS nell’industria chimica con applicazioni estese a rivestimenti resistenti al calore, agli oli, alle macchie e all’acqua. Da allora l’impiego si è diffuso in numerosi settori industriali e commerciali: tessuti impermeabili come nylon e Gore-Tex; cosmetici quali rossetti, eye liner, mascara, fondotinta, correttori, balsami per labbra, fard e smalti per unghie; schiume antincendio; imballaggi alimentari; adesivi; vernici; isolamento elettrico. Queste sostanze sono state apprezzate proprio per la loro capacità tensioattiva che conferisce idrorepellenza e oleorepellenza alle superfici trattate[1][2].
La classificazione dei PFAS non è univoca ed esistono due principali approcci: uno “massimalista”, che include fino a oltre 12.000 molecole considerate membri della famiglia dei PFAS; l’altro “minimalista”, favorito dalle industrie chimiche, riconosce invece circa 1.300-1.400 composti prodotti in quantità significative. Tale divergenza deriva da criteri differenti sull’inclusione delle molecole contenenti il residuo perfluoroalchilico o solo parzialmente fluorurati[3].
Secondo l’OECD un criterio comunemente adottato distingue i PFAS in base alla lunghezza della catena carboniosa:
* Catena lunga: acidi perfluoroalchilici carbossilici (PFCA) con almeno otto atomi di carbonio (ovvero sette o più atomi di carbonio perfluorurati) o acidi perfluorosulfonici (PFSA) con almeno sei atomi di carbonio (ovvero sei o più atomi di carbonio perfluorurati).
* Catena corta: quelli con cinque o meno atomi di carbonio.
Questa distinzione è rilevante poiché i PFAS a catena lunga come PFOA (\( acido\ perfluoroottanoico \)) e PFOS (\( acido\ perfluoroottansolfonato \)) sono generalmente associati a maggiori rischi tossicologici ed ambientali rispetto alle alternative a catena corta introdotte come sostituti ma comunque persistenti. Il PFBA (\( acido\ perfluorobutanoico \)), ad esempio, rappresenta un noto composto a catena corta frequentemente identificato nell’ambiente[2][3].
Gli isomeri lineari e ramificati coesistono spesso nelle miscele commerciali o ambientali. Ad esempio il PFOS presenta teoricamente fino a 89 congeneri isomerici che possono influenzare la determinazione analitica quantitativa dei singoli componenti nei campioni ambientali o biologici. Il processo produttivo influisce sulla composizione: la telomerizzazione produce principalmente o esclusivamente PFAS lineari, mentre la fluorurazione elettrochimica genera una miscela di isomeri lineari e ramificati[3].
Le caratteristiche principali dei PFAS derivano dalla presenza massiccia del legame C-F che li rende estremamente resistenti alla degradazione chimica o biologica. Questo è il motivo per cui vengono definiti “forever chemicals”: persistono anche dopo lunghi periodi nell’ambiente senza degradarsi significativamente. Inoltre possiedono proprietà anfifiliche con una debole tensione superficiale che li rende efficaci tensioattivi capaci di abbassare l’energia superficiale delle interfacce liquido-liquido o solido-liquido.
Queste proprietà sono utilissime ma comportano anche notevoli problemi ecotossicologici poiché i composti tendono ad accumularsi negli organismi viventi bioaccumulandosi lungo le catene trofiche acquatiche e terrestri con un fattore medio di magnificazione trofica (TMF) pari a due volte ad ogni livello trofico secondo una meta-analisi globale su 119 reti trofiche pubblicata nel 2025. Alcuni sostituti industriali come F‑53B mostrano addirittura una magnificazione trofica superiore ai composti storici che dovevano rimpiazzare[1].
La mobilità ambientale dei PFAS è elevata: sono stati rinvenuti nelle piogge, nelle acque potabili superficiali e sotterranee così come nelle acque reflue urbane. La loro solubilità permette contaminazioni diffuse anche lontane dalle fonti originarie. L’assorbimento avviene attraverso ingestione diretta via acqua/cibo contaminati ma anche tramite contatto cutaneo ed esposizione tramite dotti lacrimali o labbra contribuendo all’esposizione umana inconsapevole[1][2].
L’emivita biologica dei principali composti può superare gli otto anni nell’organismo umano complicando l’eliminazione naturale. Studi epidemiologici hanno collegato l’esposizione ai PFAS a diversi effetti nocivi sulla salute umana:
* Tumori ai reni, prostata, testicoli
* Colite ulcerosa
* Patologie tiroidee
* Ridotta immunità cellulare
* Disturbi ipertensivi in gravidanza
* Ridotta fertilità
* Problemi nello sviluppo fetale/neonatale
* Obesità e dislipidemia
Uno studio recente condotto nel 2024 su 78 giovani di età compresa tra i 18 e i 22 anni ha evidenziato alterazioni significative del microbioma intestinale associate all’esposizione ai PFAS con diminuzione dei metaboliti antinfiammatori ed aumento degli infiammatori correlati ad una riduzione della funzionalità renale del 50% rispetto ai soggetti meno esposti[1].
La persistenza biologica si accompagna inoltre alla capacità dei composti più tossici come PFOA/PFOS di interferire con sistemi endocrini naturali agendo da interferenti ormonali. Alcuni sono classificati come cancerogeni[1][2].
Il mercato mondiale dei PFAS nel 2023 ha raggiunto un giro d’affari stimato in 28 miliardi di dollari dominato da 12 grandi aziende tra cui 3M, Asahi Glass, Archroma, Arkema, BASF, Bayer, Chemours, Daikin, Honeywell, Merck, Shandong Dongyue Chemical e Solvay. I prezzi medi si aggirano intorno ai 20 dollari al chilogrammo generando profitti annuali attorno ai 4 miliardi con margini netti al 16%.
La dimensione economica ha però portato anche controversie legali rilevanti culminate in accordi multimiliardari come quello da 10,3 miliardi pagato da 3M nel 2023 per danni ambientali da contaminazioni idriche note fin dagli anni Settanta.
Gli oneri esterni stimati coprono costi sanitari tra 52 e 84 miliardi di euro all'anno nello Spazio economico europeo; le spese globalmente computate includono bonifica ambientale, monitoraggio dell’inquinamento e trattamento delle patologie correlate arrivando fino a 17,5 trilioni di dollari ogni anno secondo il ChemSec.
In Europa e nel Regno Unito il costo preventivato della bonifica nei prossimi vent’anni è stimato in oltre 1,6 bilioni di sterline con una media annua di 84 miliardi di sterline.
La sostituzione tecnologica resta complessa perché pochi materiali raggiungono simultaneamente le caratteristiche prestazionali richieste dai settori industriali tradizionali garantite dai fluoropolimeri quali Teflon o Gore-Tex.
Sto generando il riassunto…