Il cracking termico si configura come un processo fondamentale nella raffinazione del petrolio e nell’industria petrolchimica per la trasformazione di idrocarburi ad alto peso molecolare in frazioni più leggere e più utili. La sua applicazione nasce dalla necessità di risolvere lo squilibrio tra la disponibilità naturale degli idrocarburi a catena lunga, come quelli superiori a C10+, e la domanda di prodotti a catena corta più richiesti sul mercato, quali benzina, gasoli leggeri e materie prime per l’industria chimica[2][4].
Nel contesto della raffinazione, il petrolio greggio viene inizialmente sottoposto a trattamenti preliminari come il dissalaggio, che consiste nel preriscaldare il greggio a una temperatura di circa 150 °C e una pressione di circa 12 bar, seguito dall’applicazione di un campo elettrico con differenza di potenziale variabile tra 15000 e 30000 V per favorire la coalescenza delle goccioline d'acqua e la separazione delle impurità presenti[1]. Questo step è critico perché impedisce la disattivazione precoce dei catalizzatori nei processi successivi e limita corrosioni o incrostazioni nelle apparecchiature.
Il cracking termico interviene dopo la fase di distillazione atmosferica (topping) e quella sotto vuoto, sfruttando condizioni estremamente aggressive per rompere i legami carbonio-carbonio (C-C) negli alcani saturi, tipicamente poco reattivi. Le temperature operative si collocano solitamente nell’intervallo tra 700 K e 1200 K, mentre le pressioni raggiungono valori elevati intorno ai 7000 kPa[2]. Il processo ha una durata brevissima, dell’ordine di un secondo, durante il quale gli alcani si scindono omoliticamente generando radicali liberi molto reattivi che danno origine principalmente ad alcheni e alcani a catena corta.
La reazione omolitica implica che ciascuno dei due frammenti formati riceva un elettrone dalla coppia del legame originale, creando così radicali liberi instabili. Questi radicali si ricombinano o reagiscono ulteriormente dando origine a una complessa miscela di prodotti. La casualità intrinseca del processo rende difficile prevedere esattamente le specie molecolari finali ma garantisce comunque una conversione efficace dei residui pesanti in frazioni più leggere maggiormente valorizzabili commercialmente[2][5].
A livello industriale, il cracking termico trova impiego soprattutto per ottenere distillati medi come nafta pesante o gasolio leggero da frazioni residue della distillazione sotto vuoto. Le temperature operative sono generalmente comprese tra i 450 °C e i 540 °C[3]. Queste condizioni sono meno drastiche rispetto allo steam cracking utilizzato per produrre olefine leggere ma sufficientemente severe da provocare la rottura delle molecole più grandi. L’efficienza del processo è tuttavia limitata dal consumo energetico elevato necessario per mantenere le alte temperature e pressioni richieste.
Le unità industriali dedicate al cracking termico sono spesso integrate con processi complementari come il visbreaking, che mira a ridurre la viscosità dei residui pesanti mediante parziale scissione termica. La frazione di gasoli pesanti prodotta dal visbreaking viene riciclata al reattore di cracking termico per ottenere ulteriori frazioni leggere[3]. Questa integrazione aumenta l’efficienza complessiva del ciclo produttivo ed estende la capacità di conversione delle raffinerie.
Un esempio tipico delle equazioni chimiche coinvolte nel cracking termico è data dalla scissione del decano (\( \mathrm{C}_{10} \mathrm{H}_{22} \)) in ottano (\( \mathrm{C}_8 \mathrm{H}_{18} \)) e un altro idrocarburo sconosciuto \( \mathrm{C}_x \mathrm{H}_y \), da ricavare bilanciando gli atomi su entrambi i lati:
\[
\mathrm{C}_{10} \mathrm{H}_{22} \rightarrow \mathrm{C}_8 \mathrm{H}_{18} + \mathrm{C}_x \mathrm{H}_y
\]
Bilanciando carbonio e idrogeno si determina \( x=2 \) e \( y=4 \), indicando che il prodotto mancante è etene (\( \mathrm{C}_2\mathrm{H}_4 \)), un alchene chiave nel settore petrolchimico[2][4].
L’importanza strategica del cracking termico risiede anche nella produzione di intermedi chimici fondamentali come etilene, propilene, 1,3-butadiene e altri alcheni C4 utilizzati per sintetizzare materie plastiche, solventi, carburanti specializzati ed elastomeri[4]. Sebbene il costo energetico sia elevato rispetto al cracking catalitico, questo metodo rimane essenziale per trattare alimentazioni pesanti non facilmente convertibili con catalizzatori zeolitici[3][4].
Dal punto di vista tecnologico, gli impianti dedicati al cracking termico devono operare con materiali resistenti alle alte temperature (fino a oltre 1000 K nei casi estremi) ed elevate pressioni. La rapida movimentazione della materia prima attraverso i tubi riscaldati riduce la formazione indesiderata di coke o depositi carboniosi che potrebbero compromettere l’efficienza degli scambiatori di calore o danneggiare le superfici metalliche[4].
L’implementazione dello steam cracking rappresenta una variante avanzata del cracking termico: in questo processo la materia prima viene preriscaldata a temperature comprese tra \(1050\) K e \(1150\) K in presenza di vapore d’acqua che agisce da diluente e inibisce la carbonizzazione[4]. Il vapore previene l’accumulo di coke limitando le reazioni collaterali indesiderate. Gli impianti moderni possono produrre fino a quasi tre milioni di tonnellate annue dei prodotti olefinici principali grazie alla gestione accurata delle condizioni operative quali temperatura, pressione (che può variare da condizioni di quasi vuoto fino a \(100\,atm\)) e tempi di residenza molto brevi (inferiori al secondo)[4].
Nel confronto con il cracking catalitico condotto a temperature superiori ai 450 °C (circa \(700\,K\)) e pressioni leggermente superiori all’atmosfera, il cracking termico richiede consumi energetici decisamente maggiori ma consente maggiore flessibilità nel trattamento di alimentazioni pesanti o residuali difficili da inserire nei catalizzatori zeolitici. I processi catalitici invece privilegiano rese elevate in benzine ad alto numero di ottano tramite meccanismi selettivi che minimizzano la formazione dei sottoprodotti meno desiderati[2][3].
In sintesi, i processi di cracking termico costituiscono ancora oggi un pilastro insostituibile nelle raffinerie moderne per convertire idrocarburi pesanti in prodotti leggeri ad alto valore aggiunto. Essenziali per garantire flessibilità operativa nell’ambito della produzione integrata della raffineria, questi processi devono però confrontarsi con sfide tecnologiche quali l’efficienza energetica elevata richiesta dalle condizioni estreme operative e la gestione della formazione del coke sui materiali refrattari.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Raffineria_di_petrolio
[2] https://www.studysmarter.it/spiegazioni/chimica/chimica-organica/c...
[3] https://www.treccani.it/enciclopedia/processi-di-cracking_(Enciclo...
[4] https://www.chimicaindustrialeessenziale.org/processi-industriali/...
[5] https://assobase.federchimica.it/ProdottieProcessi/prodotti-inorga...
Sto generando il riassunto…