L'elettroforesi capillare, conosciuta anche come elettroforesi di zona capillare, si fonda sul movimento di specie ioniche all'interno di un capillare riempito da un elettrolita, dove la separazione è guidata dal rapporto tra carica elettrica e forze di frizione. La tecnica è stata introdotta negli anni sessanta e si distingue dalla tradizionale elettroforesi per l'uso di un canale molto stretto che consente una migliore risoluzione e tempi di analisi più brevi [1]. La presenza di un campo elettrico applicato fra due fiale contenenti l'elettrolita genera uno spostamento delle particelle cariche, che migrano verso l'elettrodo con carica opposta secondo una mobilità elettroforetica definita.
Un sistema tipico per elettroforesi capillare include una fiala sorgente contenente il campione, una fiala destinazione, elettrodi collegati a un generatore di alta tensione, un capillare riempito con l’elettrolita, un rivelatore e un sistema di acquisizione dati. L’introduzione del campione nel capillare avviene tramite assorbimento per capillarità o compressione. Il campo elettrico applicato induce la migrazione degli ioni non solo per effetto della loro mobilità elettroforetica ma anche a causa del flusso elettroosmotico, che trascina tutti gli ioni nella stessa direzione indipendentemente dalla loro carica [1]. Questo fenomeno influenza fortemente la velocità complessiva di migrazione e la risoluzione della separazione.
La velocità di migrazione elettroforetica $u_p$ verso l’elettrodo con carica opposta è espressa dalla relazione:
\[
u_p = \mu_p E
\]
dove $\mu_p$ rappresenta la mobilità elettroforetica specifica della particella ed $E$ il campo elettrico applicato. La mobilità $\mu_p$ dipende dalla carica $q$, dalla viscosità del mezzo $\eta$ e dal raggio idrodinamico $r$ secondo la formula:
\[
\mu_p = \frac{q}{6 \pi \eta r}
\]
Questa equazione evidenzia come molecole con cariche maggiori o dimensioni più piccole migrino più rapidamente nel campo elettrico [1].
La rilevazione dei composti separati nell’elettroforesi capillare si basa prevalentemente su tecniche spettroscopiche. La maggioranza degli strumenti impiega rivelatori UV o UV-Visibile per misurare l’assorbanza lungo una sezione otticamente trasparente del capillare. Questa configurazione permette la rilevazione diretta di analiti con caratteristiche cromofore, ma può risultare limitante per composti privi di assorbanza significativa [1]. In generale i capillari usati sono rivestiti con un polimero per incrementarne la stabilità.
Per campioni fluorescenti o marcati chimicamente con fluorofori viene utilizzata la rivelazione per fluorescenza, che garantisce sensibilità superiore e selettività migliorata. L’elevata sensibilità deriva dall’intensità della luce incidente focalizzata accuratamente sul capillare; tramite fluorescenza indotta da laser sono stati raggiunti limiti di rivelazione nell’ordine da $10^{-18}$ a $10^{-21}$ mol [1]. Tuttavia, questa tecnica richiede sorgenti luminose complesse e sistemi ottici sofisticati.
L’accoppiamento diretto dell’elettroforesi capillare con uno spettrometro di massa o con uno spettrometro SERS (Surface Enhanced Raman Spectroscopy) rappresenta invece un approccio avanzato per l’identificazione molecolare. All’uscita dal capillare il campione viene solitamente ionizzato via electrospray prima dell’ingresso nello spettrometro; questa modalità impone però l’utilizzo di soluzioni tampone volatili che possono influenzare la separazione e i parametri risolutivi [1].
L’efficacia dell’elettroforesi capillare dipende strettamente dalle differenze nelle mobilità elettroforetiche degli analiti. Molecole neutre o con differenze troppo ridotte in termini di mobilità risultano difficili da separare efficacemente. Per ovviare a questo problema sono state sviluppate tecniche complementari come la cromatografia elettrocinetica micellare, dove surfattanti aggiunti all’elettrolita formano micelle capaci di interagire con composti non caricati facilitandone la separazione [1].
Inoltre, il riempimento del capillare con matrici gel consente la separazione polimerica basata su dimensione molecolare: i frammenti più lunghi sono rallentati maggiormente rispetto a quelli più corti grazie a un meccanismo simile a quello dell’elettroforesi su gel classica ma con precisione superiore data dalla geometria ridotta del capillare [1]. L’elettroforesi capillare su gel è particolarmente utile nello studio delle macromolecole biologiche come DNA o proteine.
Oltre alle modalità classiche, sistemi di elettroforesi capillare possono essere adattati per tecniche quali isotacoforesi e isoelettrofocalizzazione. Questi metodi sfruttano gradienti elettrici o pH stabili all’interno del capillare per concentrare ed eventualmente separare ulteriormente le specie in base a proprietà diverse dalla sola mobilità elettroforetica lineare [1]. Tali tecniche aumentano il potere risolutivo in applicazioni complesse quali analisi biochimiche e controllo qualità in ambito farmaceutico o ambientale. Alcuni sistemi possono essere usati anche per la cromatografia liquida microscala o la elettrocromatografia capillare.
La complessità delle misure richiede software dedicati per acquisizione dati, integrazione dei picchi e interpretazione degli elettroferogrammi prodotti dal sistema. L’automazione consente inoltre il controllo preciso dei parametri sperimentali, elementi fondamentali per garantire riproducibilità ed efficienza nella routine analitica [1].
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L’insieme delle caratteristiche fisico-chimiche coinvolte nell’elettroforesi capillare rende questa tecnica adatta a numerosi campi applicativi dove sono richieste elevata risoluzione, rapidità d’esecuzione e sensibilità analitica elevata. La combinazione tra semplice strumentazione base e potenti sistemi avanzati come spettrometria di massa ne fa uno strumento versatile nella moderna chimica analitica.
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