La fusione nucleare implica la combinazione di nuclei atomici leggeri per formare nuclei più pesanti con rilascio di energia quando gli elementi coinvolti hanno un numero atomico fino a quello del ferro e nichel, rispettivamente il numero atomico 26 e il 28, oltre i quali la reazione diventa endotermica e richiede quindi assorbimento netto di energia anziché produrne.[1]
Il principale ostacolo tecnico risiede nella necessità di superare la barriera elettrostatica dovuta alla repulsione tra nuclei carichi positivamente. Per questo motivo serve apportare una quantità enorme di energia per portare i nuclei a distanze sufficientemente ravvicinate da permettere l'interazione tramite la forza nucleare forte.
L’energia di soglia delle reazioni varia notevolmente: per esempio la fusione deuterio-trizio è quella con la soglia energetica più bassa attualmente sfruttabile artificialmente (~14 keV), corrispondente a temperature dell’ordine di circa duecento milioni di gradi Celsius.[1]
La reazione più studiata per applicazioni energetiche è quella tra deuterio e trizio:
\[
D + T \to {}^{4}He\,(\text{3,5 MeV}) + n\,(\text{14,1 MeV})
\]
Questa reazione produce un nucleo di elio molto energetico accompagnato da un neutrone ad alta energia che costituisce però una fonte significativa di problematiche tecniche dovute alla sua capacità di attivare neutronicamente i materiali strutturali del contenitore del plasma. I neutroni infatti non possono essere confinati magneticamente e interagiscono fortemente con le strutture metalliche provocandone radioattivazione e degrado nel tempo.[1]
Il problema dell’attivazione neutronica obbliga all’utilizzo di schermature pesanti in piombo o cemento armato per proteggere le componenti esterne del reattore.[1]
Altre reazioni importanti comprendono:
Fusione deuterio-deuterio:
\[
D+D\to T\,(\text{1,01 MeV})+p\,(\text{3,02 MeV})
\]
e
\[
D+D\to{}^{3}He\,(\text{0,82 MeV})+n\,(\text{2,45 MeV})
\]
Fusione trizio-trizio:
\[
T+T\to{}^{4}He+2n\,(\text{11,3 MeV})
\]
Reazioni aneutroniche come quelle con elio-3 sono studiate perché riducono la produzione neutronica ma richiedono temperature più elevate e presentano problemi legati alla disponibilità limitata dell’isotopo:
\[
{}^{3}He+{}^{3}He\to{}^{4}He+2p
\]
e
\[
D+{}^{3}He\to{}^{4}He\,(\text{3,6 MeV})+p\,(\text{14,7 MeV})
\]
Le percentuali relative delle reazioni tra trizio ed elio-3 sono state misurate come segue:
\[
T+{}^{3}He\to{}^{4}He\,(\text{0,5 MeV}) + n\,(\text{1,9 MeV}) + p\,(\text{11,9 MeV})~(51\%)
\]
\[
T+{}^{3}He\to{}^{4}He\,(\text{4,8 MeV}) + D\,(\text{9,5 MeV})~(43\%)
\]
e
\[
T+{}^{3}He\to{}^{5}He\,(\text{2,4 MeV}) + p\,(\text{11,9 MeV})~(6\%)
\]
Queste alternative vengono esplorate per limitare l’impatto dei neutroni ad alta energia ma pongono sfide tecnologiche maggiori per il confinamento del plasma e l’approvvigionamento degli isotopi.[1]
Il litio gioca un ruolo cruciale nei reattori a fusione perché tramite spallazione indotta dai neutroni si può generare trizio:
Spallazione del litio sei:
\[
p + {}^{6}Li \to {}^{4}He (\text{1,7 MeV}) + {}^{3}He (\text{2,3 MeV})
\]
\[
D + {}^{6}Li \to 2\,{}^{4}He (\text{22,4 MeV})
\]
\[
{}^{3}He + {}^{6}Li \to 2\,{}^{4}He + p (\text{16,9 MeV})
\]
Le reazioni neutroniche sul litio sono fondamentali anche nella produzione autonoma del combustibile trizio all’interno del reattore attraverso:
\[
{}^{6}Li + n \to T + {}^{4}He
\]
\[
{}^{7}Li + n \to T + {}^{4}He + n
\]
Inoltre la spallazione del boro undici produce particelle alfa senza neutroni:
\[
p + {}^{11}B \to 3\,{}^{4}He (\text{8,7 MeV})
\]
Questa caratteristica fa della fusione proton-boro una possibile strada verso reattori aneutronici ma richiede condizioni ancora più stringenti dal punto di vista energetico.[1]
La fusione artificiale fu realizzata per la prima volta in laboratorio da Mark Oliphant nel 1932.[1] Successivamente lo sviluppo bellico portò alla costruzione della bomba H che esplose per la prima volta il primo novembre del 1952 nell’operazione Ivy Mike.[1]
Gli esperimenti civili iniziarono negli anni cinquanta con vari dispositivi e oggi progetti come ITER puntano a dimostrare la tecnologia; il Joint European Torus (JET) nel 1997 ha raggiunto un guadagno netto di 59 megajoule in un singolo esperimento.[1] Nel dicembre 2022 il National Ignition Facility ha ottenuto una produzione netta di energia da fusione pari a 3,15 megajoule, utilizzando un raggio laser da 2,05 megajoule.[1]
Nel contesto naturale la fusione avviene nelle stelle dove enormi pressioni e temperature consentono ai nuclei di isotopi dell'idrogeno—principalmente deuterio e trizio—di fondersi formando elio in processi esotermici che alimentano il bagliore stellare.
L’universo primordiale ha visto le prime molecole formarsi dopo circa 400.000 anni dalla grande esplosione iniziale quando l’elio divenne neutro grazie al suo elevato potenziale di ionizzazione di 24,6 eV.[2] L’idruro di elio ionizzato (\(HeH^+\)) è stato osservato nella nebulosa planetaria NGC 7027 a tremila anni luce dalla Terra ed è considerato un efficace agente raffreddante nella formazione delle prime stelle.[2]
Le collisioni tra \(HeH^+\) e atomi di deuterio hanno mostrato tassi di reazione sorprendentemente costanti anche a basse temperature spaziali, confermando modelli teorici fondamentali sulla chimica precoce dell’universo.[2]
La realizzazione pratica della fusione controllata necessita ancora il superamento dei problemi legati al confinamento stabile del plasma a temperature altissime vicino ai duecento milioni di gradi Celsius equivalenti a 20 keV,[1] alla gestione dei neutroni veloci prodotti specialmente nella reazione standard deuterio-trizio,[1] oltre alla complessità ingegneristica delle strutture resistenti all’attivazione neutronica.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Fusione_nucleare
[2] https://ilblogdellasci.wordpress.com/2025/08/15/le-prime-reazioni-...
Sto generando il riassunto…