Il processo di elettrolisi dell’acqua si basa sull’applicazione di una corrente elettrica continua attraverso due elettrodi immersi in una soluzione acquosa o in un elettrolita specifico, che induce la dissociazione delle molecole d’acqua nei loro elementi costitutivi gassosi, idrogeno e ossigeno. La base chimica del fenomeno consiste nella rottura dei legami fra gli atomi di idrogeno e ossigeno nella molecola \( \mathrm{H_2O} \), secondo la reazione complessiva:
\[
\mathrm{2\,H_2O(aq) \rightarrow 2\,H_2(g) + O_2(g)}
\]
Questa trasformazione richiede un apporto energetico esterno perché non è spontanea; l’energia elettrica fornisce l’energia necessaria per superare la barriera energetica della scissione dei legami chimici fra gli atomi d’acqua[1].
L’elettrolisi si realizza grazie alle reazioni redox che avvengono ai due elettrodi immersi nell’elettrolita. Al catodo (elettrodo negativo), gli ioni positivi \( \mathrm{H^+} \), presenti sia sotto forma di idrossonio \( \mathrm{H_3O^+} \) che derivanti dalla dissociazione dell'acqua o da acidi presenti, ricevono elettroni forniti dalla sorgente esterna. Questa acquisizione elettronica corrisponde a una reazione di riduzione:
\[
\text{catodo: } \mathrm{2\,H^+ + 2\,e^- \rightarrow H_2}
\]
Contemporaneamente, all’anodo (elettrodo positivo), gli ioni negativi \( \mathrm{OH^-} \), provenienti dall’elettrolita alcalino o dalla dissociazione dell’acqua stessa, cedono elettroni al circuito esterno attraverso l’elettrodo, subendo ossidazione:
\[
\text{anodo: } \mathrm{2\,OH^- \rightarrow \frac{1}{2}\,O_2 + H_2O + 2\,e^-}
\]
Queste semireazioni sono complementari e assicurano che la carica elettrica venga mantenuta nel sistema; il bilancio elettronico garantisce il flusso continuo di corrente e quindi la perpetuazione della scissione molecolare[1].
Un aspetto tecnico rilevante è il cambio funzionale degli elettrodi nell’elettrolisi rispetto alla pila galvanica tradizionale. Nel caso dell’elettrolisi, il catodo è l’elettrodo negativo verso cui migrano i cationi e dove avviene la riduzione forzata mediante l’immissione diretta degli elettroni dal generatore esterno; mentre l’anodo diventa positivo e attira gli anioni per favorire la loro ossidazione. Solo nel caso dell’elettrolisi si ha questo "scambio" poiché la riduzione viene forzata somministrando elettroni e quindi "gli elettrodi si invertono di ruolo"[1].
La scelta dell'elettrolita influisce direttamente sul meccanismo ionico responsabile della conduzione della carica tra gli elettrodi, condizionando efficienza e purezza dei gas prodotti. In sistemi tradizionali alcalini (AWE) operanti a basse temperature da \(60\) a \(80\,^\circ C\), si utilizzano soluzioni concentrate di idrossido di potassio o sodio (\(5\,M\,KOH/NaOH\)) dove lo ione idrossile (\(OH^-\)) trasporta la carica attraverso un diaframma poroso separatore[4]. Questo tipo di configurazione permette la produzione su larga scala ma limita le densità di corrente operative tra \(0.1\) e \(0.5\,A/cm^2\), con conseguente produzione di idrogeno con purezza intorno al \(99.9\%\). L'AWE aumentata vanta invece densità di corrente più elevate, che hanno raggiunto valori di \(1.2\,A/cm^2\)[4].
Tecnologie più avanzate impiegano membrane polimeriche solfonate conduttrici per protoni (\(H^+\)), note come PEM (Polymer Electrolyte Membrane), che operano sempre a basse temperature (\(50 - 80\,^\circ C\)) ma consentono densità di corrente maggiori tra \(1.0\) e \(5.0\,A/cm^2\), producendo idrogeno ad altissima purezza (\(99.999\%\))[4]. L’efficienza del processo dipende strettamente dalla capacità della membrana di trasportare esclusivamente lo specifico tipo ionico senza permettere mescolanze gassose tra le semicelle.
Una terza tecnologia emergente utilizza membrane a scambio anionico (AEM), simili agli elettrolizzatori alcalini convenzionali ma con vantaggi economici dovuti all’impiego di catalizzatori meno costosi basati su metalli di transizione invece dei metalli nobili necessari nelle PEM[4][5]. Questi sistemi possono operare anche con soluzioni meno concentrate (ad esempio \(1\,M\,KOH\)) migliorando sicurezza ed economicità del processo.
Infine, l'elettrolisi ad ossidi solidi (SOEC) funziona a temperature elevate tra i \(500 - 850\,^\circ C\), sfruttando acqua in forma vapore per ottenere efficienze termodinamiche superiori ed evitando l’uso obbligato di metalli nobili come catalizzatori[4]. Tuttavia, la scarsa longevità della cella ne ha finora impedito la commercializzazione[4].
La tensione minima richiesta per avviare l’elettrolisi è determinata dai potenziali standard delle semireazioni redox coinvolte; tuttavia nella pratica si osserva una sovratensione dovuta a effetti dissipativi come polarizzazione degli elettrodi e sviluppo gassoso sulla superficie attiva[1]. Questa sovratensione incrementa il fabbisogno energetico reale rispetto al valore teorico basato sui potenziali tabulati standard.
Inoltre, il potenziale necessario varia in funzione delle concentrazioni ioniche presenti nell’elettrolita seguendo l’equazione di Nernst; ciò significa che condizioni operative ottimali devono essere individuate per massimizzare efficienza ed evitare consumi energetici inutilmente elevati[1].
Michael Faraday fu il primo scienziato a descrivere quantitativamente il rapporto tra quantità elettrica trasferita e quantità chimica prodotta durante l’elettrolisi, enunciando due leggi fondamentali nel \(1832\), scoperte in modo indipendente anche da Carlo Matteucci: la prima stabilisce la proporzionalità diretta tra carica passante attraverso la cella e quantità di elementi prodotti; la seconda lega le quantità dei diversi elementi ottenuti ai loro pesi equivalenti chimici[1]. Questi principi costituiscono ancora oggi la base teorica della progettazione dei sistemi elettrochimici per la produzione controllata dei gas.
Le prestazioni degli elettrodi sono fortemente influenzate dalla natura dei materiali utilizzati come catalizzatori sulle superfici. Progetti innovativi europei hanno sperimentato combinazioni nanostrutturate quali nanofibre di carbonio rivestite da sottili strati ceramici di ossinitruro di titanio (\(TiON\)) arricchiti con nanoparticelle catalitiche d’iridio, migliorando significativamente efficienza ed affidabilità degli elettrodi nelle celle PEM[2].
Questi materiali garantiscono conducibilità elettrica ottimale abbinata a protezione dalla corrosione in ambiente acquoso; inoltre facilitano la gestione termica ed aumentano la superficie attiva disponibile per le reazioni redox, aumentando così la produttività senza incrementare i consumi energetici.
L’idrogeno prodotto tramite questo meccanismo rappresenta un vettore energetico chiave soprattutto se associato a fonti rinnovabili – definito “idrogeno verde” – poiché consente l’immagazzinamento pulito dell’energia prodotta da fotovoltaico o aerogeneratori senza emissioni indirette di CO₂[3][4].
Gli impianti moderni sono spesso collocati strategicamente vicino alle fonti rinnovabili per alimentare direttamente gli elettrolizzatori in modo continuo ed efficiente; inoltre l’idrogeno generato trova applicazioni diversificate dal settore trasporti pesanti alle industrie ad alta intensità energetica quali acciaierie o cementifici dove può sostituire carburanti fossili[3]. Oltre alla produzione di idrogeno, altre applicazioni includono l'elettrogravimetria, la galvanostegia e la galvanoplastica, utilizzate per scopi protettivi, decorativi o estetici come nel caso della cromatura[1].
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Elettrolisi
[2] https://cordis.europa.eu/article/id/460562-how-one-eu-project-rewr...
[3] https://www.italgas.it/storie/idrogeno-verde-la-nuova-risorsa-dell...
[4] https://energytransition.denora.com/it/content/electrolysis-techno...
[5] https://cordis.europa.eu/article/id/449233-new-membrane-technology...
Sto generando il riassunto…