L’uranio utilizzato come combustibile nei reattori nucleari è radioattivo in quanto i suoi isotopi fissili sono nuclei instabili che possono subire il fenomeno della fissione nucleare. Il meccanismo alla base dell’utilizzo dell’uranio nei reattori è la capacità dell’isotopo \(^{235}U\), presente in natura solo allo \(0,7\%\), di assorbire neutroni termici e dividersi in due nuclei più leggeri liberando una grande quantità di energia sotto forma di calore e neutroni aggiuntivi. Questi neutroni prodotti possono indurre ulteriori fissioni in altri nuclei fissili creando così una reazione a catena autosostenuta essenziale per mantenere costante la produzione energetica nel nocciolo del reattore[4].
La radioattività intrinseca dell’uranio deriva dalla sua instabilità nucleare e dal decadimento degli isotopi presenti, specialmente \(^{238}U\), che costituisce la maggior parte della massa totale ma non partecipa direttamente alla fissione nei reattori termici convenzionali[1]. La presenza di isotopi fissili (\(^{235}U\)) è fondamentale per garantire che la fissione continui efficacemente; tuttavia poiché l’uranio naturale contiene solo lo \(0,7\%\) di questo isotopo, è necessario aumentare questa percentuale con processi di arricchimento chimico-fisici prima che possa essere utilizzato come combustibile[3].
Il processo di arricchimento aumenta la concentrazione dell’isotopo fissile \(^{235}U\) da quella naturale dello \(0,7\%\) fino a valori tipici tra il \(3.5\%\) e il \(5\%\), necessari per i comuni reattori commerciali[3]. Questo avviene partendo dall’octaossido di triuranio \(\mathrm{U_3O_8}\), concentrato al \(75\%\) in massa tramite raffinazione chimica nota come yellowcake[2], trasformato poi in esafluoruro di uranio \(\mathrm{UF_6}\). Quest’ultimo gas viene sottoposto a separazioni isotopiche tramite centrifughe o diffusione gassosa che sfruttano le minime differenze di massa tra gli isotopi per isolare una frazione arricchita[3].
L’arricchimento permette inoltre ai neutroni termici prodotti dalla fissione nel nocciolo del reattore di sostenere una catena efficace e stabile senza spegnersi prematuramente[2]. Nei casi particolari di reattori a neutroni veloci o quelli sperimentali si usano altre forme o livelli diversi di arricchimento; mentre per scopi militari si raggiungono concentrazioni ben superiori al \(90\%\)[3].
Nel nocciolo del reattore il combustibile è costituito da barre contenenti ossidi o carburi d’uranio e plutonio, assemblati per garantire una massa critica sufficiente degli isotopi fissili[1][4]. La massa critica rappresenta la quantità minima necessaria affinché i neutroni liberati dalle prime fissioni inducano ulteriori rotture atomiche senza dispersione incontrollata.
La presenza del moderatore—solitamente acqua leggera o pesante oppure grafite—serve a rallentare i neutroni prodotti dalla fissione da energie molto elevate verso energie termiche più basse dove hanno maggiore probabilità d’interagire con l’uranio arricchito[1][4]. Il fluido refrigerante rimuove contemporaneamente il calore generato da queste continue rotture nucleari evitando il surriscaldamento del nocciolo.
Le barre di controllo, composte da materiali idonei ad assorbire neutroni, permettono invece di modulare l’intensità della reazione inserendole o estraendole dal nocciolo per regolare la potenza prodotta ed evitare condizioni critiche incontrollate[4].
La fissione dei nuclei fissili produce energia sotto forma principalmente di calore dovuto alla conversione della massa atomica persa durante la scissione secondo la relazione relativistica \[ \Delta E = \Delta m c^2 \] Ogni evento di fissione libera energia sufficiente a riscaldare il fluido termovettore nel nucleo del reattore e generare vapore che aziona turbine elettriche nei sistemi convenzionali[1][4].
Il calore prodotto dipende direttamente dal numero totale delle fissioni al secondo controllate attraverso le modalità operative del nocciolo; ciò richiede un equilibrio delicato tra composizione isotopica del combustibile, efficacia del moderatore e capacità dissipativa del refrigerante.
Il costo complessivo dell’elettricità prodotta da una centrale nucleare include i costi d’investimento, i costi operativi (inclusa la manutenzione) e il costo del combustibile. L’uranio rappresenta circa un quinto dei costi totali medi mondiali per megawattora prodotto nelle centrali nucleari commerciali[2].
Le oscillazioni dei prezzi sul mercato mondiale dell’octaossido di triuranio \(\mathrm{U_3O_8}\)—espresso comunemente in dollari per libbra—possono impattare significativamente sulla redditività degli impianti. Ad esempio dall’inizio della crisi geopolitica russo-ucraina il prezzo è passato da circa €85/kg ai circa €160/kg nel novembre del 2024 con punte oltre €200/kg[2].
Queste variazioni sono influenzate dalla distribuzione geografica delle riserve mondiali (con Australia al primo posto col \(25,4\%\)) e dai principali produttori globali quali Kazakistan (\(43\%\)), Canada (\(14,9\%\)), Namibia (\(11,4\%\)), Australia (\(9,2\%\)) e Uzbekistan (\(6,7\%\))[2]. La Federazione Russa esercita inoltre un ruolo dominante nella fase industriale intermedia, producendo il \(38\%\) dell'esafluoruro di uranio \(\mathrm{UF_6}\) mondiale, e nella fase di arricchimento, dove detiene quasi la metà della capacità produttiva planetaria (\(46,4\%\))[2].
Nei diversi tipi di reattore utilizzati nelle centrali elettronucleari cambia il tipo specifico di uranio usato come combustibile in funzione delle caratteristiche fisiche richieste dal design. Nei più comuni LWR (Light Water Reactor), che costituiscono circa il \(94\%\) dei reattori attivi nel mondo al 2022[1], l’uranio viene usato tipicamente arricchito al \(3.5–5\, \%\).
Nei reattori che utilizzano grafite o acqua pesante (come i CANDU o gli RBMK) è possibile utilizzare anche uranio naturale senza bisogno d’arricchimento, poiché questi moderatori rallentano efficacemente i neutroni mantenendo elevata la probabilità d’indurre fissione anche con la concentrazione naturale di \(^{235}U\)[4].
I reattori di ricerca possono utilizzare uranio arricchito al \(20\%\) e oltre, mentre i sistemi veloci autofertilizzanti (FBR) impiegano tecnologie diverse, sono privi di moderatore e utilizzano metallo liquido come refrigerante, potendo sfruttare anche il plutonio-239 prodotto dal mantello di materiale fertile[1].
L’applicazione pratica dell’uranio radioattivo come combustibile nei reattori nucleari si fonda dunque sulla combinazione precisa tra:
Sto generando il riassunto…